sabato, giugno 11, 2016

Andy Hampsten, il lupo del Gavia (di Simone Basso)

Un modo originale per celebrare il Giro di Svizzera, che parte da Baar l'11, è ricordare - senza amarcord - uno dei suoi plurivincitori.
Andrew Hampsten, classe 1962, protagonista nella seconda metà degli anni Ottanta e di uno scorcio dei Novanta, ci sembra perfetto.

Campione e pioniere, il biondo che nacque in Ohio (Columbus) rappresentò - poco dietro Greg Lemond - la frontiera americana.
Il suo nome rimbalzava già qua e là sui periodici stile Miroir e Biesse. Due volte medagliato, da juniores, nella Settanta Chilometri iridata (1979, 1980), crebbe - dilettante - con la (piccola) Levi's Raleigh.
Al battesimo del fuoco con i pro del vecchio continente - 1985 - si mise subito in evidenza. Firmò un contratto a tempo con la 7-Eleven, la compagine nordamericana che colmò le distanze, soprattutto culturali, con l'altra parte dell'Atlantico.
Hampsten, dei ragazzi del diesse Mike Neel, era il più futuribile. C'erano Ron Kiefel, che sorprese tutti, all'esordio in Italia, vincendo il Trofeo Laigueglia, Davis Phinney (sì, il babbo di Taylor), l'hombre mexicano Raùl Alcalà, la leggenda olimpica (del pattinaggio di velocità!) Eric Heiden e Jonathan Boyer, il precursore, il primissimo yankee che corse in Europa.
Un pò di folklore, tattiche inedite per i nostri standard (abituati ai capitani dittatori..) e tanto talento. Furono la sorpresa del Giro d'Italia 1985, altresì ricordato come una delle edizioni più monotone.
Il patron Torriani, disegnando il tracciato per il bis di Francesco Moser, abiurò l'alta montagna. Accadde così che le sole tappe con un finale in arrampicata (..) andarono a Hubert Seiz (la Pinzolo-Selva di Val Gardena) e al nostro.
Cinquantotto chilometri verso il Gran Paradiso in Val d'Aosta: Andy partì secco dal plotoncino e nessuno osò replicare. Al traguardo, il primo successo tra i Grandi e l'interessamento degli squadroni europei.
Prevalse Le Vie Claire di Bernard Tapie per un paio di ottime ragioni: molte svanziche e un gruppetto di nordamericani (Lemond, Bauer, Knickman, etc.) ad accoglierlo.
L'anno seguente (l'86) fu testimone diretto di una Grande Boucle alla nitroglicerina.
Una sfida senza esclusioni di colpi tra il Maestro (Bernard Hinault) e il suo delfino Lemond, con la partecipazione del terzo incomodo (Urs Zimmermann).
Comprendendo nella sceneggiatura l'arrivo cinematografico all'Alpe d'Huez, mano nella mano, tra i due litiganti; Steve Bauer che urla "Fuck you!" al Tasso che tenta un allungo e una ruota scentrata apposta dai meccanici (francesi) alla maglia gialla (americana). In tutta quella sarabanda, Andy - matricola di lusso - chiuse al quarto posto e in maglia bianca.
L'anno dopo, malgrado i soldi, preferì tornare alla 7-Eleven nel ruolo di capitano.

Uno così, fortissimo e a suo agio contro il tempo, specialista delle cronoscalate, pareva disegnato dal sarto per i Tour de Suisse di quell'evo. Infatti il biondo fu primattore per anni: due trionfi consecutivi (1986, 1987) e due podi (1990, 1991).
Ottantasei. Indossò la maglia oro alla vernice, nel cronoprologo di Winterthur, in una specie di gara sociale de Le Vie Claire: secondo (a 1") Lemond, terzo Niki Ruettimann (a 7"), sesto Bauer. Il pomeriggio decisivo occorse nella sesta frazione, l'Innertkirchen-Visp, quando Hampsten, Lemond, Chioccioli, Millar e Zimmermann staccarono il leader Jean-Claude Leclercq.
Il 1987 visse sul filo dell'incertezza. Nella Generale precedette di appena un secondo Peter Winnen e di sette Fabio Parra: la festa del grimpeur...
Eppure fu il primo Tour de Suisse con una media complessiva superiore ai quaranta orari (40,136 km/h). Nel '90 si aggiudicò il tappone Unterbach-San Bernardino davanti a Robert Millar (un altro camoscio) e nel '91 fece suo il Gran Premio della Montagna. In totale, i giorni indossando l'oro fanno dieci e, ribadendo la sua simpatia per la Confederazione, aggiungiamo al palmarès il Romandia 1992.

Hampsten diventò Hampsten al Giro 1988. Una corsa sconvolta dalla bufera di neve sul Passo Gavia, una delle giornate più incredibili di sempre nella storia del ciclismo.
Johan Van der Velde, che scollinò primo sul gipiemme, rischiò lo choc ipotermico; altri maledirono il mestiere (Visentini, Bernard, Chioccioli..). Rimasero, per il successo parziale e lo scalpo rosa, Erik Breukink e l'americano. Che fu sorpassato, in bambola, nella discesa su Bormio, dall'olandese: Hampsten, tremando come una foglia, vestì le insegne del primato.
Un Giro bellissimo, zeppo di colpi di scena. Andy dominò all'insù: in linea, a Selvino, e a cronometro, in quel di Vetriolo Terme. Jeff Bernard, grande favorito della vigilia, affondò nell'inferno bianco del Gavia.
Jean Francois siglò un patto con Zimmermann: per ribaltare la classifica, un Trofeo Baracchi nella Borgo Valsugana-Arta Terme era l'ideale. Il capitano della Toshiba ahilui non ci arrivò. Cadde in una galleria: un incidente che fu lo spartiacque della sua carriera, da giovane fenomeno a promessa mancata.
Zimmy si involò, con Stefano Giuliani a mò di zavorra alla ruota, ed ebbe sulle spalle - per un'ora - la rosa virtuale. Poi, nel fondovalle, la 7-Eleven trovò la Del Tongo di Giupponi e la Panasonic di Breukink ad aiutarla e Hampsten completò l'impresa.

Il biondo fece terzo l'anno dopo, nel 1989, quando Laurent Fignon si riprese il maltolto di un lustro prima. Rimase lassù, coi migliori, pure all'esplosione - deflagrante - di Robosport. Nel 1992 chiuse al quinto posto il Giro e al quarto il Tour, sorpassato da Gianni Bugno il penultimo giorno, a cronometro. Quella volta trionfò all'Alpe d'Huez, esibendo il colpo di pedale, elegante, delle grandi occasioni.
Bello in sella, composto quanto essenziale, pensiamo si sarebbe trovato bene nel ciclismo di oggi, del Passaporto Biologico. Lui che vinse un Giro con trentotto di ematocrito...

Trent'anni dopo il primo Tour de Suisse, Andrew si divide tra il Colorado, il luogo dove si è sviluppato il movimento ciclistico a stelle e strisce, e la Toscana, sua terra adottiva.
A Boulder, insieme al fratello Steve, disegna e vende bici customizzate. In Italia organizza con Elaine, la moglie, pedalate in giro per il Bel Paese.
Il viso da bambino, invecchiato ma non troppo, è sempre lo stesso. Se gli chiedete dei suoi trionfi, il lupo del Gavia sorride e vi risponde evitando l'enfasi.
"I'm just some guy who raced his bike through the snow."













Simone Basso

Pubblicato da Il Giornale del Popolo il 10 Giugno 2016