domenica, dicembre 13, 2015

Il rugby al tempo di Dan Carter: prospettive e incognite dello sport che sta conquistando il mondo (di Andrea Zito)

Il rugby professionistico con la Coppa del Mondo 2015 ha festeggiato i suoi primi 20 anni di vita, presentandosi al mondo con il chiaro intento di diventare sempre più un riferimento dello sport mondiale.
Inghilterra 2015 ha svelato il lato più mediatico e riuscito del rugby: gioco ai massimi livelli, stadi pieni, pubblico in crescita, nuove nazioni emergenti al fianco delle solite grandi. In tre parole: Tradizione, innovazione e spettacolo.

E World Rugby (il board internazionale) ha ancora un asso da calare che si chiama Olimpiadi: a Rio, tra pochi mesi, il rugby tornerà a mostrarsi al mondo, stavolta con la versione a 7, molto meno complessa e per questo molto più aperta alle nuove frontiere (Kenya, Spagna, Portogallo, Usa, Russia sono ai vertici di questa disciplina).
Il Super Rugby è pronto ad accogliere un club giapponese e uno argentino nel proprio campionato dell’emisfero sud e sempre più nazioni stanno preparando nuove occasioni di confronto: le ultime in ordine di tempo sono la nascita della lega professionistica Usa e di un vero e proprio sei nazioni delle americhe (con Argentina A, Brasile, Canada, Cile, Uruguay e Usa).
L’Europa, invece, è sempre più la terra promessa del rugby mondiale, con tanti fenomeni della palla ovale pronti a sbarcare in Inghilterra ma soprattutto in Francia, dove i contratti sono sempre più ricchi a fronte di investimenti sempre più ingenti (Il Tolone di Mourad Boudjellal insegna).

ASCOLTI E SEGUITO MEDIATICO - Il mondiale 2015 ha dimostrato il potere mediatico della disciplina. Dai quasi 8 milioni di spettatori di Francia (nazione tradizionale) ai 20 milioni di giapponesi davanti alla tv nella notte d’oriente, il rugby è una disciplina che si lascia guardare e che trasmette spettacolo.

ITALIA - Purtroppo, i numeri non sono più di tal fatta e oggi una partita della nazionale realizza circa 350 mila di media, se va in chiaro (pensare che nel 2008 Irlanda-Italia del Sei Nazioni fece 1,6 milioni su La7).
La nazionale ha finora avuto continuità nell’affidare gli azzurri a progetti di medio periodo: prima La7, poi Sky Sport e adesso Dmax (cioè il gruppo Discovery). Esatto contrario si può dire per la trasmissione del Pro12, con broadcaster cambiati ogni anno dal 2010 a oggi, tra i quali spiccano le infelici esperienze di Dahlia e Nuvolari (anche se in quest’ultimo caso la colpa è più dell’editore - LT - che della rete in se).
Visto l’andamento del mercato dei diritti tv, si può dire che la Fir sia stata abbastanza fortunata nell’avere scelto un partner come Discovery, ma ora tocca alla stessa Federazione rimediare sul fronte sportivo, perché l’impressione è che di sconfitte onorevoli il pubblico (anche quello più paziente) sia abbastanza stufo.

LE LEGHE DI CLUB-  Se in Pro12 l’impronta è data dalle federazioni (con le squadre gallesi, irlandese, scozzesi e italiane che a vario titolo dipendono dalle istituzioni per contratti, sovvenzioni e gestione dei giocatori), Inghilterra e Francia possiedono leghe professionistiche autonome sul piano commerciale, ognuna con la propria strategia.

Nota a margine: non trattiamo il tema Italia perché (ahinoi) sul fronte marketing c’è ben poco da dire… Anzi è di qualche settimana fa, la provocazione (?) del presidente del Rovigo Zambelli, che ipotizza senza timore un ritorno al dilettantismo puro al di fuori di Benetton e Zebre, impegnate in Pro12…

PREMIERSHIP- In Inghilterra, il boom del rugby, viene vissuto dai club con molta cautela: nonostante contratti con colossi come Bt Sport, Aviva, gli sponsor tecnici ecc. i club hanno infatti un salary cap relativamente basso (5.1 milioni di sterline più due stipendi liberi), in aumento lento e graduale negli ultimi anni.
Ciò ha spinto le squadre a investire in giocatori inglesi (e alcuni stranieri) e ad investire soprattutto negli impianti: i Wasps hanno comprato la Ricoh Arena di Coventry; Leicester Tigers, Exeter Chiefs e Northampton Saints stanno riammordenando i rispettivi stadi, Saracens e Harlequins hanno già completato i propri interventi.

TOP 14 - In Francia esiste il DNACG, un organo di revisione finanziaria che valuta le voci di spesa dei bilanci delle squadre delle prime due divisioni, segnalando eventuali situazioni di disequilibrio e la necessità di ricapitalizzazione, che se non ottemperate innescano sanzioni che possono giungere anche all’esclusione dai campionati.
Formalmente, però, non esiste un salary cap: non è insolito, dunque, che le big francesi superino i 20 milioni di budget (Tolone è stata capace pure di superare i 30…) e i contratti monstre con gli sponsor (su tutti i 70 milioni di euro annuali offerti da Canal+ per i diritti tv) spingono sempre più ad ingaggiare le grandi stelle, soprattutto dell’emisfero sud (quest’anno si sta assistendo ad una nuova “infornata” di stelle dell’emisfero sud), nonché a sondare nuovi mercati: per esempio, la finale di Top 14 a Giugno (causa Euro 2016) si giocherà al Camp Nou.

Può sembrare banale, ma una spia della crescita del rugby è anche il portfolio di sponsor della Champions Cup, la massima coppa continentale gestita dai club (ma a forte impronta inglese e francese, ndr.), che può godere della presenza da poche settimane di Turkish Airlines (vero e proprio mattatore delle sponsorizzazioni sportive), con un contratto annunciato proprio dopo il boom del mondiale di rugby.

IL CASO CARTER - Infine arriviamo alla notizia del momento: l’apertura neozelandese dopo una esperienza breve e sfortunata a Perpignan in Francia nel 2008 (solo 5 partite poi l’infortunio), torna nel Top 14 per vestire la maglia del Racing Metro, pagato 1 milione di euro all’anno per i prossimi 3 anni (il salario annuo più alto mai percepito da un giocatore nella storia).

La cifra è significativa: in termini assoluti (rispetto al calcio) può far sorridere, ma 5-6 anni fa Carter era sempre il più pagato al mondo e percepiva circa 500 mila euro. Ciò significa che il compenso si è raddoppiato (e non solo il suo, ndr.).

Eppure, stavolta, Carter non è la solita figurina: per il Racing Metro di Jacky Lorenzetti c’è la volontà di associare questo campione con l’Arena 92, lo stadio di proprietà che sarà inaugurato tra poco meno di un anno (ma non in tempo per la sfida fra Racing e All Blacks del prossimo novenbre, ndr.).

Si tratta di un impianto da 32 mila posti nell’area della Defense a Nanterre, che, oltre ad essere l’arena casalinga dei biancazzurri, sarà predisposto per concerti e eventi indoor (sportivi e non) grazie a a strutture semoventi.
Carter è dunque un investimento a garanzia di questo impianto, la cui riuscita sul fronte marketing è cruciale per il futuro del Racing (finora finanziato direttamente dal patron Lorenzetti).

CONCLUSIONI - Il rugby ha tutto per diventare uno sport di massa e nelle nazioni tradizionali lo è già. Ci sono solo due incognite: la base dei praticanti mondiale (circa 2 milioni, molto inferiore a qualsiasi altro sport di squadra) è abbastanza grande per reggere lo sfruttamento del prodotto come sta avvenendo ora (soprattutto in Francia)? La World Rugby sarà in grado di gestire la crescita delle nazioni emergenti e impedire una frattura insanabile sul piano delle risorse con le big del rugby mondiale?

Insomma: si sta costruendo qualcosa o si rischia di stare fabbricando un'enorme bolla?

Andrea Zito

[Nato nel 1993: palermitano ma anche un po' bresciano. Studente di Comunicazione all'Università di Palermo. Appassionato di Marketing, Comunicazione e Sport, qualsiasi esso sia. Incallito ottimista.]