venerdì, novembre 06, 2015

Piccola fenomenologia di Valentino Rossi (e del nuovo Motociclismo) di Simone Basso

Se al rumore del can-can sollevato dalla vicenda Rossi-Marquez corrispondesse una massima di Oscar Wilde («Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli»), il MotoGP – il prossimo 8 novembre, in quel di Valencia – toccherà il suo vertice (assoluto?) d’interesse. La vicenda in sé, la diatriba generazionale tra i due campioni, è stata sviscerata altrove e nemmeno ci appassiona; meglio invece analizzare le dinamiche (pupare) che muovono il circo del motociclismo.

COMMERCIALIZZAZIONE Che è, oggi, l’evoluzione di una strategia a lungo termine di Dorna Sports, la società madrilena che detiene i diritti commerciali (quindi l’anima...) dello spettacolo. Carmelo Ezpeleta, l’Ecclestone delle moto, ha imposto – soprattutto con l’inizio degli anni Zero – una visione pane e marketing dell’ambaradan. Fatto salvo l’esoscheletro, ovvero la bravura dei centauri, il resto dell’offerta ha inseguito il pubblico generalista della Formula Uno, mirando a un target più giovane rispetto all’automobilismo. La fine dell’era Doohan e l’alba di quella di Valentino Rossi, collegati dal talento e dall’eredità della stessa squadra (con l’ingegnere Burgess a capo), hanno portato via via a una commercializzazione e a una semplificazione dell’evento. In soldoni i protagonisti principali, i fuoriclasse, attraendo investimenti, consolidano la propria posizione: portando in dote gli sponsor, quindi i migliori tecnici, annettono pure i mezzi più sofisticati per sviluppare i bolidi.
Un meccanismo perverso, implementato dalla Dorna stessa, e che è un caleidoscopio di ambiguità: l’arrivo dell’elettronica e la scomparsa delle categorie hanno chiuso il cerchio. L’impressione, ormai da un decennio, è quella di trovarsi di fronte a una rappresentazione verosimile; sempre più lontana dallo spirito (e dalla carne e dalle ossa spappolate) del motociclismo che fu. Con la scusa dell’abbattimento dei costi, il MotoGP ha fagocitato per intero il Mondiale: abolite le classi e il senso delle stesse, ogni cilindrata pretendeva uno stile di guida peculiare, l’impoverimento tecnico è sembrato un effetto collaterale della strategia complessiva.

Un piano che focalizza tutto sulla gara dei big, promossi dalla campagna Dorna a mò di supereroi dei fumetti (colorati e divertenti) con la calcistizzazione forzata dell’ambiente: il pubblico, che prima rispettava il dolore altrui (i rischi, i feriti e gli incidenti mortali), oggidì esulta per la caduta dell’avversario del proprio beniamino. Succede, quando gli affari cancellano il senso storico del giochino: l’antica classe regina, la 500, era la più prestigiosa ma non il solo motivo d’attrazione. La biodiversità di quel motomondiale lo spiegavano benissimo i campionissimi come Angel Nieto, uno che fece la storia della 125 e della 50. O Kenny Roberts, il cowboy americano che rivoluzionò la 500 nella seconda parte dei Settanta, un personaggio ruvido, poco malleabile da media e federazione. L’omologazione ha imposto i quattro tempi a tutto lo scibile del motociclismo, compresa la Superbike, la concorrenza (?) comperata dalla Dorna – nel 2013, quando infastidiva il business del MotoGP – e assimilata, quindi resa innocua, al pari delle categorie di contorno (Moto2 e Moto3).

Vedere l’ospitalità dei Gran Premi contemporanei, più simili a lussuosi duty-free degli aereoporti, fa pensare al contrasto coi camper e i tendoni dell’epoca passata: in fondo, la parola paddock definiva la recinzione prossima alle stalle, nulla di meno vicino all’attuale ostentazione di plastica. La mancia, al di là della reificazione del prodotto principale offerto dalla fiera (il mito della velocità), è la retroazione del caos provocato dal fatto di Sepang.

AFFARE DI STATO? Interessante, quanto sconfortante, assistere allo scambio di insulti – nemmeno fosse una questione di Stato – tra Spagna e Italia. Marca e La Gazzetta dello Sport, i principali quotidiani sportivi, sembrano creature gemelle: fidelizzate al lettore dall’esperanto calcistico, che è soprattutto un linguaggio (di sopraffazione?) e una forma mentis.
Curioso che Rossi e Marquez condividano gli affari: il merchandising di Marc, e anche del fratello Alex, viene prodotto e commercializzato dall’azienda di Rossi stesso, la VR46. I dodici milioni e mezzo di euro fatturati nel 2014 (quasi 13.600.000 in franchi) dimostrano che il conflitto di interessi, nell’universo Dorna, è una benedizione. Avrebbe dello psicanalitico la disamina del rapporto tra il giovane fenomeno e il vecchio reuccio, con in mezzo le reazioni (altrettanto scomposte) dei media e della platea; ma preferiamo un (piccolo) ritratto di Valentino Rossi. Mito del MotoGP e icona italiana.

PREDESTINATO Vale Rossi, eterno bambino, prova a respingere l’assalto – sempre più spietato – del tempo, più che del compagno Jorge Lorenzo. Che ci riesca o no, magari per l’ultima volta, il suo nome rimarrà per sempre nel pantheon della disciplina: forse un po’ sotto i soli Agostini, Hailwood e Roberts; d’altronde le ere del motociclismo, pur rimanendo imprescindibilmente legate al pericolo e alla capacità di andare oltre il limite, sono difficilmente paragonabili. Rossi – un predestinato – ha qualcosa a che fare, nella fisiognomica, con gli elfi e, di pancia, trasmette un vitalismo e un entusiasmo scavezzacollo profondamente italiani.

Campione vitellone, nel senso felliniano del termine (cioè quasi a nascondere il buio dentro), è una figura emblematica del Bel Paese postmoderno. Segue, nell’evoluzione del fuoriclasse esuberante, di un campionismo divertente quanto incolto, le orme di Alberto Tomba e Marco Pantani. Se – nell’immaginario motociclistico – è il personaggio cerniera tra i vecchi centauri e la nuova generazione, è culturalmente perfetto per spiegare il (nuovo?) costume nazionale. I successi, tantissimi, e un’immagine costruita a tavolino, di spontaneità artificiosa, rendono Rossi inscalfibile a qualsiasi rovescio. Essere vincenti, nell’Italia del dopo Berlusconi, è il passepartout per l’immunità vita natural durante.

Anche se si è colpevoli di evasioni milionarie o si fa del mobbing mediatico contro i Biaggi e gli Stoner di turno, prevale la fedeltà, l’appartenenza tribale – della stampa e dei tifosi – al campione hamburger. Che si circonda di una posse adorante e viene commentato – sul canale televisivo tricolore che detiene l’esclusiva – da un telecronista ultrà che sbeffeggia i rivali.
C’è qualcosa di irreparabile, di un’italianità parafascista, nel racconto di questa epica sportiva; al pari, in misura sempre più crescente, nella parrocchietta specifica di ognuno, di altri campioni bandiera dello Stivale. Una narrazione alterata già dalla fonte, da un giornalismo che rincorre i peggiori istinti e rinnovata da riti che – dall’esterno – appaiono inquietanti. Come il ricordo del povero Simoncelli, il dì del funerale, quando – in una chiesa – fecero risuonare il motore di una motocicletta. No comment.

Simone Basso

(Pubblicato il 5 novembre su "Il Giornale del Popolo")