martedì, ottobre 20, 2015

Intervista a Michele Acquarone. Tra caso RCS e idee per un nuovo ciclismo (di Simone Basso)

La storia di Michele Acquarone, ex direttore generale del Giro d'Italia, è immersa nelle nebbie dell'informazione di oggidì.
Che "spara" una notizia ma non la puntella, non la scava: così, Acquarone rimane l'unica faccia riconoscibile - una sorta di capro espiatorio - dell'ambaradan.
Eppure le cose non sono mai quel che sembrano e, ancora oggi, l'unico risultato di quello scandalo è stata l'esclusione dal panorama - nostrano - di uno dei pochi dirigenti sportivi capaci di portare idee nuove e prospettive futuribili.
In sintesi, siamo sempre quelli de "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa.

Alcuni maestri del giornalismo sportivo, mi viene in mente Aldo Giordani, sostenevano l'inutilità delle interviste.
Troppo ingessate o scontate.
Allora proviamo con un bel ping pong di domande e risposte.
Volentieri… Adoro il ping pong. Il mio più grande sogno è possedere un tavolo da ping pong da tenere in casa. C’è chi sogna l’auto sportiva e la barca. Io sogno il tavolo da ping pong…

Iniziamo dalla fine.
Qualche settimana fa hai spedito a quasi trecento giornalisti un messaggio di dieci punti che spiegava il caso Giro RCS di due anni fa.
Risposte zero.

Sembra ormai che il mestiere viva di due categorie distinte: i polemisti (che diffamano) e gli istituzionali (il loro motto è "Tengo famiglia").
Il giornalismo in sè, di inchiesta e di analisi e approfondimento, è in via d'estinzione.
Sapevo che non sarebbe stato facile contrastare lo strapotere mediatico di RCS, ma speravo che ci fosse almeno un giornalista che si prendesse a cuore la vicenda e cominciasse a fare un po’ di domande scomode in giro. Nessuno lo ha fatto. RCS ovviamente è rimasta in silenzio e la notizia è sparita. Così come sono spariti i soldi.

Torniamo alla vicenda, caratterizzata da un silenzio mediatico inquietante, che cominciò ufficialmente il primo dì d'Ottobre del 2013.
Con l'estromissione dall'incarico, malgrado fosti stato tu - il 16 Settembre dello stesso anno - ad aver denunciato l'ammanco.
Cosa accadde?
Un giovane collega del controllo di gestione di RCS MediaGroup mi mostrò un conto corrente bancario che sembrava falsificato. Appena ne avemmo la certezza andammo dai nostri capi e demmo immediatamente l’allarme. Qualcuno stava rubando dei soldi. Eravamo nell’ordine di qualche decina di migliaia di Euro.
RCS Mediagroup, ricevuto l’allarme, prese il controllo della situazione. Ricordo che nei giorni successivi sarei dovuto partire per Las Vegas per promuovere il Giro d’Italia ad Interbike, i miei capi mi chiesero di rinunciare al viaggio e di rimanere a disposizione dell’audit. Nei successivi giorni nessuno venne da me, né mi venne fatta alcuna domanda, finché fui convocato dall’AD di RCS MediaGroup, Dott. Jovane.
Mi ritrovai alla presentazione dei risultati dell’audit insieme a tutto il top management del gruppo. In quella riunione emerse che mancavano all’appello oltre 11 milioni di Euro. Jovane disse a tutti di mantenere il massimo riserbo.
Il 27 mattina ricevetti una telefonata da parte di Alessandro Bombieri (Direttore di RCS Media, alias il capo del mio capo) il quale mi disse che la notizia degli ammanchi era trapelata, che alcuni giornali erano pronti a pubblicarla e la situazione doveva essere gestita.
Mi comunicò che nel pomeriggio si sarebbe tenuto un CdA straordinario di RCS Sport nel quale Riccardo Taranto (CFO di RCS MediaGroup) sarebbe stato nominato AD di RCS Sport ed avrei assunto la nuova carica di Direttore Operativo della società.
La mia nuova carica si rendeva necessaria perché nella nuova configurazione di RCS Sport sarebbe entrato un Direttore Finanziario (mio pari livello) e che entrambi avremmo riportato all’AD. In pratica il mio lavoro non cambiava, ma invece di avere la gestione finanziaria esterna ad RCS Sport, la “nuova” RCS Sport avrebbe avuto la gestione finanziaria interna.
Ovviamente accettai. Nella serata del 27 Bompieri e Taranto vennero negli uffici di RCS Sport, convocarono tutta la struttura e comunicarono il nuovo assetto organizzativo e rinnovarono la fiducia nei miei confronti. Mi chiesero di andare a Firenze (in quel weekend si disputavano i mondiali di ciclismo) per tranquillizzare gli addetti ai lavori.
Al ritorno da Firenze, il 30 settembre, chiesi un incontro con il Dott. Taranto per smarcare una serie di urgenze che nel frattempo si erano accumulate. Il Lombardia e la Presentazione del Giro erano alle porte e bisognava prendere delle decisioni. In serata venni convocato da Taranto il quale mi fece degli strani discorsi. Mi disse che si era appena concluso il CdA di RCS MediaGroup e che i soci erano molto preoccupati per la vicenda. Mi disse che alcuni soci avevano chiesto di chiudere RCS Sport e se fosse necessario organizzare il Giro d’Italia anche nel 2014.
Ricordo di essere tornato a casa quella sera pieno di dubbi. Pensavo che avevamo appena rinnovato i diritti con la RAI e che IMG ci stava facendo fare il salto di qualità all’estero, che avevamo tanti nuovi sponsor che credevano nel nostro progetto e che si stavano intensificando i rapporti con Dubai per l’organizzazione del Dubai Tour. Pensavo a tutte le infinite opportunità legate al ciclismo e ad RCS Sport e pensavo ai soci che erano pronti a buttare via tutto per paura dello scandalo.
Il giorno dopo arrivai in ufficio pronto a rimboccarmi le maniche per convincere "il mondo” a continuare ad investire su RCS Sport e sul Giro. I miei sogni vennero infranti poche ore dopo quando ricevetti la telefonata dell’ufficio del personale che mi comunicava che ero stato sospeso e che dovevo immediatamente abbandonare l’ufficio senza portare nulla con me.
Poche ore dopo la notizie divenne pubblica. In Italia e all’estero (BBC e Los Angeles Times per citarne alcuni) diedero la notizia della mia sospensione. Da quel momento per l’opinione pubblica sono diventato un ladro e - a distanza di due anni, dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto - temo che sarà davvero molto difficile riuscire a togliermi di dosso questa etichetta.

Eppure, da fuori, la storia non sembra così complicata.
Dalla B alla Z le dinamiche sono evidenti: se poi la B, all'improvviso, trova sotto il materasso l'eredità di un nonno e va a far la spesa in Porsche...
E' qualcosa di Pasoliniano: non abbiamo le prove, ma sappiamo tutto.
La storia del nonno non sta in piedi. Ma non sta nemmeno in piedi, come sembrerebbe leggendo le carte dell’indagine, che una sola persona, una giovane impiegata, sia riuscita a bypassare tutti i controlli incrociati e sfilare 17 milioni dalle tasche di RCS MediaGroup.

Senza alcun tipo di informazione, con i tempi classici (..) delle vicende giudiziarie, sei rimasto al palo.
Se non c'è il colpevole, paga chi si è esposto.
Un mantra italiano.
Amen, ahimè.

La parrocchia del ciclismo.
Sport straordinario, dalle potenzialità infinite, che nel cosiddetto Bel Paese pare nelle sabbie mobili.
Malgrado la Federazione, teatrini televisivi avvilenti e alcune fiction (per esempio Pantanology) si sfornano ancora gli Aru, i Rosa e i Formolo.
Un miracolo.
Se guardiamo la situazione del ciclismo io vedo un doppio problema. Gli interessi sono molto frammentati e manca un coordinamento centrale che strutturi il World Tour e ne faccia un evento globale.
Il ciclismo vive per le tre settimane del Tour del France e il Mondiale di Settembre. Tutto il resto è secondario.
Su 52 settimane sono solo 4 le settimane in cui il ciclismo guadagna. Così lo sport resta povero sia come contenuti sia come risultati economici. Il ciclismo femminile è inesistente. Molti eventi sono organizzati a livello dilettantistico. Molti team sono gestiti a livello dilettantistico. Così i grandi investitori (sponsor e tv) scappano.
Prova ad immaginare se il tennis fosse solo Wimbledon. Sarebbe cento volte più piccolo di ciò che è oggi.
Cosa sarebbe il tennis se non si fossero i tornei dello Slam o i Master 1000 con tutti i migliori che si sfidano ogni settimana in giro per il mondo?
Cosa sarebbe senza il Masters di fine anno? Cosa sarebbe il tennis senza i tornei femminili? Sarebbe esattamente ciò che oggi è il ciclismo. Uno sport di seconda fascia.
E malgrado ciò il ciclismo è in crescita. Perché in Gran Bretagna e negli States andare in bicicletta è di gran moda. Pensa cosa sarebbe oggi il ciclismo se fosse riuscito a cavalcare questa onda comportandosi da sport di serie A.

Quando promuovevi il Giro, ti sei scontrato con l'NBA europea, cioè l'Amaury che organizza il Tour e mezzo calendario World Tour.
Un'armata organizzativa che coniuga potenza economica, marketing e tradizione.
Basterebbe copiarli?
Bisognava copiarli negli anni Ottanta quando il Tour de France ha cominciato a prendere il largo. Bisognava cambiare mentalità e gestire il Giro come un grande evento internazionale e non come una sagra di paese.
Ma il grande limite del Giro è sempre stata la terribile accoppiata Gazzetta/Rai che non hanno mai permesso al Giro di allargare i propri confini.
Nei miei anni di Giro abbiamo fatto una rivoluzione che all’estero non è passata inosservata.
Abbiamo ceduto a IMG (la più grande sport company del mondo) i diritti televisivi per l’estero e siamo riusciti a coinvolgere network televisivi che prima mai si erano avvicinati al Giro; abbiamo usato per primi e in maniera molto saggia i social network per coinvolgere i tifosi internazionali e coinvolto i pro-team stranieri nei nostri piani di sviluppo affinché portassero al Giro i migliori corridori (per vincere e non per allenarsi). Abbiamo coinvolto l’UCI e gli altri organizzatori internazionali in progetti di sviluppo che contrastassero il monopolio economico di ASO.

Una nota a lato, curiosa.
Chi fece fare il salto di qualità - economico e strutturale - alla Grande Boucle fu Felix Levitan.
Anch'egli coinvolto in un affaire finanziario, che riguardava l'allora Tour Of America, ed estromesso dall'incarico senza preavviso: il 17 Marzo 1987, trovando cambiata la serratura del suo ufficio, scoprì che l'Amaury l'aveva sostituito.
Cominciò così l'era di Jean-Marie Leblanc...
Tornando alla mondializzazione contemporanea, ci sarebbe il Mondo Nuovo: inglesi, americani, australiani, colombiani.
Noi invece continuiamo con una visione retrò del ciclismo.
Tutto nasce dalla politica che pensa solo alla politica e non all’interesse di chi ama e pratica questo sport. Quando ho studiato il progetto che la Federazione Inglese aveva redatto (e poi attuato) per promuovere lo sviluppo del ciclismo nel Regno Unito sono rimasto a bocca aperta.
Un piano che parla di mobilità sostenibile, di bike sharing, di pista e velodromi, di programmi nelle scuole.
Da qui nasce il progetto per Londra "I believe that the ciclised city is the civilized city"; da qui nascono il progetto del Team Sky e le vittorie al Tour de France e all'Olimpiade.
Basta guardare e mettere a confronto i siti internet di British Cycling e della Federazione Ciclistica Italiana per capire quali siano le differenze dei due progetti.
Da una parte abbiamo gli inglesi che invitano il mondo a pedalare, come cominciare, consigli, educazione stradale e allenamento. Trovi tutto ciò che c'è da sapere a ogni livello.
Se guardi il sito italiano ti cadono le braccia, sembra il giornalino della parrocchia dove tutti si autocelebrano...


La tua riforma del calendario internazionale quale sarebbe?
L’ho sempre detto e continuerò a ribadirlo, tutto passa dall'accorciamento a due settimane (tre fine settimana) dei Grandi Giri.
Per costruire un buon calendario servono quattro Grand Tour da due settimane come nel tennis. Ormai anche l’Olimpiade dura due sole settimane.
E’ meglio per lo sforzo psicofisico degli atleti, per i network televisivi e la gestione di tutti i costi.
Questa diventerebbe l’ossatura del calendario. Intorno ai GT dovrebbero esistere una decina di eventi da quattro giorni nei Paesi dove non si corrono i Grandi Giri e una decina di eventi da un giorno (le classiche monumento e il Mondiale).
Tutti gli eventi devono essere “combinati” con le gare femminili (che si corrono negli stessi giorni, sugli stessi percorsi, ma con chilometraggi ridotti). E devono essere coordinati da un’unica gestione commerciale per location, sponsor e media (come la Formula Uno).
In parallelo si andranno a costruire dei calendari continentali per le squadre e gli atleti di seconda fascia che sarebbero finanziati dal World Tour.

Rimango dell'opinione che ci sia una Vuelta di troppo, attualmente, ma concordo sul cosiddetto "combined" stile tennis e il resto: chissà le talpe quando ci arriveranno...
Alla fine dell'anabasi, ristabilita la giustizia, vorresti tornare nell'ambiente o investire le tue energie altrove
Scherzi? Io voglio tornare a lavorare nello sport e farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per farlo.

Simone Basso


Ps, è un onore poter ospitare su questo blog un pezzo di Simone Basso, autentico fuoriclasse della narrazione sportiva. In Rete potete trovare diversi suoi articoli su ciclismo, tennis, basket e molto altro. Un ringraziamento speciale per aver scelto Blog-In.

foto da velonews.competitor.com e tuttobiciweb.it