giovedì, aprile 02, 2015

Schwazer-Donati, una sfida affascinante e innovativa

Prima di commentare la notizia Schwazer-Donati, è giusto premettere alcune cose. Ero un grande tifoso di Alex Schwazer. Lo "scoprii" come talento fuori dalla norma nel quadriennio che portava ai Giochi di Pechino. L'oro alle Olimpiadi del 2008 rappresentò un'emozione fortissima. Quattro anni dopo ai Giochi di Londra l'emozione si trasformò in delusione e sconforto. Proprio la vicenda Schwazer, unita a quella di Lance Armstrong (poche settimane dopo i Giochi di Londra si sgretolò anche il mito del texano), mi spinsero a documentarmi in modo più serio e approfondito sul tema doping. Mi si aprì un mondo totalmente sconosciuto, molto lontano da quello descritto dai mezzi d'informazione. Nell'autunno 2012 uscì "Lo Sport del doping", il libro manifesto della lotta al doping scritto del prof. Sandro Donati. Con grande piacere nel febbraio 2013 organizzai una presentazione del libro a Udine.
Ho poi deciso di dedicare una sezione di questo blog all'argomento doping che, assieme ai media (sia in chiave di diffusione che in quella di proventi) e al marketing (leggi sponsorizzazioni) rappresenta uno dei tre elementi chiave per comprendere gli scenari futuri dello sport professionistico. Mi sono iscritto poi al gruppo Facebook "Antidoping facciamo qualcosa", fondato dal prof. Dario D'Ottavio.
Perché questa lunga premessa? Per chiarire che la mia opinione potrebbe essere influenzata dalla conoscenza diretta o indiretta dei protagonisti di questa vicenda.
Detto ciò, a me questo progetto piace. Lo appoggio in toto per tutta una serie di ragioni.

1. Perchè Schwazer ha collaborato in modo fattivo con le autorità giudiziarie ordinarie e sportive e ha diritto a una seconda possibilità.
Ho letto moltissime critiche nei confronti di Schwazer. Comprensibili e giustificate, per carità. La sua vicenda doping è stata clamorosa e la sua confessione, bagnata dalle lacrime, assolutamente parziale e poco credibile. Da quel momento, però, Schwazer ha cominciato a parlare con i magistrati di Bolzano e con le autorità sportive. Il marciatore altoatesino sta scontando la sua pena. Finché non entrerà in vigore la regola per cui un atleta squalificato per doping non può più tornare a gareggiare, chiunque, Schwazer compreso, ha il diritto di tornare alle competizioni.

2. Perché l'atleta non è l'unico colpevole della scelta di doparsi, anzi. Uno dei capisaldi del libro del prof. Donati riguarda la suddivisione delle responsabilità nei casi di doping. Nel momento in cui l'atleta ottiene medaglie e allori viene trattato alla stregua di un semidio da allenatori, dirigenti, sponsor, tifosi. Tutti salgono sul suo carro. Quando, malauguratamente, si scopre che questo atleta ha fatto uso di doping viene lasciato completamente solo, ripudiato da tutti. Il doparsi, tuttavia, non è mai frutto (solamente) di una scelta unilaterale dell'atleta. Dirigenti e allenatori sono pienamente responsabili, quantomeno di omesso controllo o denuncia. Più spesso, però, è il sistema, basato sui risultati e quindi sul ritorno economico e sulla conservazione di incarichi e ruoli dirigenziali, a indurre l'atleta a doparsi.

3. Perché Schwazer ha scelto di tornare alle gare percorrendo la strada più trasparente e coraggiosa.
C'è modo e modo di ritornare in pista. La maggior parte degli ex dopati, scontata la propria pena, rientra come nulla fosse. Ci sono moltissimi esempi in tal senso. In tutti gli sport. Sono pochi gli atleti pizzicati all'antidoping che hanno compiuto dei passi concreti per redimersi e dare una mano all'antidoping. Schwazer sta facendo di più. Dopo aver collaborato con gli inquirenti, ha deciso di rientrare nel modo più limpido possibile, facendosi seguire dai due grandi paladini della lotta al doping, Sandro Donati e Dario D'Ottavio. Ha dato la propria disponibilità a controlli 24 ore su 24. Se vogliamo una scelta quasi obbligata per recuperare credibilità e fiducia. Ma è pur sempre una scelta coraggiosa, impegnativa, non da tutti.

4. Perché il progetto Donati-D'Ottavio potrebbe rappresentare un modello a livello mondiale per controlli terzi e scientificamente avanzati. Siamo di fronte a una sorta di programma "Io non rischio la salute 2.0". Il primo progetto, assolutamente avanzato per l'epoca (vedi), fu ostacolato in modo subdolo dalle stesse istituzioni - oltre che da alcuni atleti di peso - che inizialmente lo avallarono. Ora Donati e D'Ottavio, con l'aiuto del prof. Benedetto Ronci (ematologo), propongono un'idea assolutamente dirompente e innovativa di antidoping. Per due motivi.
In primis perché i controlli su Schwazer saranno veramente terzi e non più (non solo) affidati dell'agenzia antidoping dello stesso CONI. Un meccanismo controllore-controllato che andava superato e che invece è rimasto immutato, scolpito nella roccia.
Poi, ed è probabilmente l'aspetto più interessante di tutta la vicenda, perché saranno effettuati dei controlli scientificamente avanzati. Nelle interviste rilasciate prima di accettare questa sfida, D'Ottavio auspicava per il futuro un sistema di controlli che andasse oltre il semplice passaporto biologico (importantissimo, ma da solo insufficiente per scovare tutti i bari). D'Ottavio propone un sistema  basato su tre passaporti:
  • passaporto biologico (vedi)
  • passaporto termodinamico
  • passaporto antropometrico
Ecco le parole di D'Ottavio in un'intervista ad Avvenire: "Il passaporto termodinamico serve per capire se la fisiologia giustifica il dispendio di energia di atleti che, per intenderci, hanno il motore di una 500 e poi si scopre che corrono come una Ferrari. Il trucco c’è, ma non si vede senza questo tipo di rilevamento. Così come il passaporto antropometrico darebbe una misurazione precisa delle ossa (e non solo), smascherando in futuro uno sviluppo anomalo: tipo un ciclista che in età matura aumenti di due numeri le scarpe".
Non sappiamo ancora se nel caso di Schwazer saranno sperimentati tutti e tre questi passaporti. Di sicuro, senza entrare troppo in tecnicismi, i controlli saranno costanti, accuratissimi e innovativi.

5. Perché Schwazer è un atleta ancora integro e le sue prestazioni, frutto del solo allenamento (fino a prova contraria), possono rappresentare un parametro di riferimento per il futuro.
La sfida di Schwazer è chiara: dimostrare al mondo che col solo allenamento e con il timbro di garanzia antidoping di Donati, è in grado di riproporsi ad alti livelli. Come sottolineato da Donati, Schwazer è ancora un grande atleta. Dal punto di vista degli allenamenti ci potevano essere delle perplessità visto che la marcia è una specialità molto tecnica e Donati non ha mai allenato marciatori. La supervisione di Mario De Benedictis, ex allenatore del fratello Giovanni, fuga ogni dubbio.

Sullo sfondo rimangono alcuni problemi sostanziali: possibilità di partecipazione/qualificazione a Rio 2016, campi di allenamento, posizione FIDAL e CONI. Già ora, però, si può dire che quella di Schwazer e Donati rappresenta una sfida affascinante e innovativa. Una sfida che Blog-In, nel suo piccolo, sosterrà pienamente.

6. Perché, come scritto oggi sulla Gazzetta da Don Ciotti (Libera):

Sei inciampato, ma ti fa onore la voglia di rialzarti, di collaborare con la giustizia, di ridare speranza a chi crede che sia sempre l'onestà a vincere, nello sport e nella vita.

(Don Luigi Ciotti)