lunedì, marzo 09, 2015

"Pantani non fu ucciso" conclude il consulente del PM. La coerenza della Gazzetta

Oggi, 9 marzo 2015, a pagina 17 del Corriere della Sera vengono rese note le conclusioni cui è giunto il medico legale, consulente del PM di Rimini, nella nuova inchiesta sulla morte di Marco Pantani: "La conclusione è nelle trenta pagine inviate a Giovagnoli: in quei giorni di forte depressione Pantani ha assunto psicofarmaci in maniera smodata. Due prodotti in particolare, Venlafaxina e Trimipramina. Farmaci ma anche cocaina, seppure, in proporzione, in dosi meno consistenti rispetto a quanto era emerso finora. «L’azione combinata può giustificare pienamente la morte». E ancora: "Non sono emersi elementi tali da ipotizzare concretamente un’assunzione sotto costrizione dei farmaci e dello stupefacente". Viene escluso, ancora una volta, l'omicidio. L'unica differenza rispetto alle conclusioni cui si era giunti nel precedente procedimento è legato al ruolo degli psicofarmaci che ora assumono un'importanza preminente rispetto alla cocaina (che resta comunque una concausa della morte).
Come riportato dal Corriere della Sera, si va quindi verso l'archiviazione della nuova inchiesta, riaperta dopo l'esposto dell'Avv. De Rensis, legale della famiglia Pantani.
Perché riporto questa notizia? Per sottolineare l'incoerenza della Gazzetta dello sport che lo scorso luglio, alla riapertura dell'inchiesta di Rimini, dedicò l'intera prima pagina (vedi sotto). Oggi, invece, sulla Rosea non vi è alcuna traccia delle conclusioni del consulente del PM e della probabile archiviazione dell'inchiesta. Zero righe. Coerente no?




Non solo. La Gazzetta negli scorsi mesi ha sposato in modo acritico le tesi dell'Avv. De Rensis, pubblicando tutta una serie di articoli a firma Francesco Ceniti, in cui si riportavano le (presunte) incoerenze delle indagini. Blog-In ha dedicato alcuni articoli alla vicenda Pantani, cercando di ricostruire nel modo più oggettivo possibile quella vicenda:

Proprio il libro di Andrea Rossini, giornalista che ha seguito tutto l'iter processuale della vicenda Pantani, smonta pezzo per pezzo, sulla base di dati oggettivi ed evidenze, i presunti colpi di scena o "svolte", annunciati a più riprese da De Rensis e Ceniti. Purtroppo questo ottimo libro ha trovato molto meno spazio a livello mediatico (e nelle librerie) rispetto ad altri testi basati sulla più affascinante, e paradossalmente più rassicurante, teoria del complotto. Doppio complotto se si considera anche quello (altrettanto presunto) di Madonna di Campiglio.
Vedremo se nelle prossime ore la Gazzetta dedicherà, non dico l'apertura (...), ma quantomeno un trafiletto alle conclusioni del medico legale e alla notizia della probabile archiviazione dell'inchiesta.
Probabilmente, invece, la "macchina del mito" non si fermerà qui e si butterà a capofitto sui "misteri" di Madonna di Campiglio. Anche in quest'ultimo caso, giova ricordarlo, si è già celebrato un processo le cui conclusioni sono piuttosto lampanti (vedi articolo blog cycling pro). Per carità, è normale, oltre che legittimo, che la famiglia Pantani cerchi fino all'ultimo di fare chiarezza sui due momenti più importanti della breve vita del Pirata. I media, però, dovrebbero mantenere un atteggiamento più distaccato. Più oggettivo. Certamente più coerente. 
Il problema, purtroppo, è che la Figurina di Pantani (definizione di Simone Basso) ha sostituito Pantani stesso. E Pantanology (altra definizione di Simone Basso) "è ossessiva e revisionista".

La verità, una volta tanto, era banale. Oggi invece – i cantori del giorno dopo – parlano e scrivono a vanvera; quintali di libri, di rievocazioni, pièce teatrali (?), serie televisive dall’estetica raccapricciante. La proiezione di Pantani, non Pantani stesso, alimenta un fotoromanzo ambiguo, che continua a far pagare la cauzione al buon ciclismo, nell’unico paese europeo privo di (grandi) campioni reo confessi di doping

(Simone Basso)