martedì, novembre 04, 2014

La crisi del Rugby italiano

Ieri su "La Repubblica" è apparso un interessante focus sullo stato dell'arte del Rugby in Italia. Negli ultimi dieci-dodici anni, il rugby ha ottenuto una popolarità crescente sul territorio nazionale. Di fatto, si è creata una evidente contrapposizione tra il calcio, sempre più invischiato in scandali e polemiche, e lo sport della palla ovale, portatore sano di valori sportivi. In controtendenza rispetto all'andamento di tutti gli altri sport che non fossero calcio, F1 o MotoGP, il rugby ha conquistato spazio sui media, innescando un circolo virtuoso che ha portato notevoli benefici a livello economico e di immagine a Federazione e giocatori (vedi il caso di Martin Castrogiovanni, richiestissimo da Tv e mercato pubblicitario). Beninteso, si parla di ItalRugby, cioè di nazionale italiana, non certo del campionato che, nell'ottica di elevare il livello tecnico della nazionale, ha perso dapprima i migliori giocatori, poi le principali squadre, restando di fatto nell'anonimato.
Nell'ultimo periodo, però, la crescita del movimento rugbystico italiano sembra essersi arrestata. E anche in modo piuttosto brusco. L'articolo di Repubblica che trovate qui sotto, fotografa molto bene la situazione. Senza addentrarci nello specifico delle problematiche, ecco alcuni dei punti critici che emergono nel servizio.

RISULTATI - Come riportato da Massimo Calandri, la nazionale italiana ha incassato 13 sconfitte nelle ultime 14 gare ufficiali, incassando nel 2014 il "cucchiaio di legno" numero 10 su 15 edizioni di Sei Nazioni disputate. Le continue sconfitte determinano un evidente calo d'interesse da parte di media e tifosi. La bellezza del fair play, del terzo tempo, della lealtà vanno bene fino a un certo punto. Il volano per dare forza al movimento è rappresentato dai risultati, dai successi sportivi. 

SCELTE FEDERAZIONE - Il presidente FIR Gavazzi ha deciso di investire una fetta consistente dei cospicui introiti della Federazione - una delle più ricche in Italia - in accademie e centri federali. Una scelta da sottoscrivere, che tuttavia non sta portando risultati tangibili (almeno per il momento il gap con le altre nazionali giovanili resta elevato). La nazionale maggiore, tra l'altro, è costretta ancora a reclutare giocatori dell'emisfero australe. Come dichiarato dallo stesso Gavazzi, poi, la scelta a favore dei settori giovanili ha di fatto penalizzato il campionato nazionale (Eccellenza), il cui livello non è certamente migliorato negli ultimi anni. L'ultimo bilancio si è chiuso con una lieve perdita.

TV - Una questione fondamentale per la della visibilità del rugby è quella legata ai diritti televisivi. Un rapporto complicato quello tra Federazione e televisione. Dopo il periodo di esclusiva a La7, la Federazione decise di celebrare il munifico matrimonio con Sky. Buon contratto, qualità del prodotto elevatissima, ma visibilità limitata. In un periodo di crescente interesse verso il rugby, sarebbe forse stato preferibile ottenere qualche euro in meno per puntare su una platea più ampia di persone e potenziali nuovi appassionati (Tv in chiaro). Ovviamente si parla col senno di poi. Dopo il periodo targato Sky, la Federazione ha deciso di ritornare alle dirette in chiaro. La scelta, però, non è stata "banale". Niente Raisport, niente La7, ma DMAX (vedi) con un contratto, si dice, da oltre un milione di euro a stagione. Il Sei Nazioni 2014, sommando i modesti risultati della nazionale alla ritrosia/difficoltà del telespettatore italiano medio nello sfruttare completamente i canali del digitale terrestre (DMAX è al canale 52), non ha portato a dati d'ascolto trascendentali.
A questo si aggiunge la surreale situazione del campionato d'Eccellenza, i cui diritti, si legge nell'articolo, sono stati "acquistati" da Raisport (a proposito, la stessa Rai che critica in tutte le trasmissioni il c.d. calcio-spezzatino, decide, per motivi di palinsesto, di far disputare le partite di rugby il sabato alle ore 13:00...), con la produzione dei match totalmente a carico della FIR. Per fare ciò, la FIR ha dovuto tagliare i contributi alle squadre partecipanti. 

Insomma, la fase espansiva del rugby in Italia sembra essersi esaurita. Le recenti (e prossime) scelte della Federazione assumono perciò un'importanza vitale per tutto il movimento.
Non resta che aspettare qualche anno per vedere se la semina effettuata negli anni del boom sia stata fatta con tutti i crismi o se, invece, si sia sprecata un'occasione d'oro per fare del rugby uno sport realmente di massa.

L'articolo de La Repubblica del 03/11/2014