martedì, settembre 23, 2014

Le 3 cose che ci insegna il "Caso Schwazer"

Nelle ultime  settimane i media hanno dato ampio risalto agli sviluppi dell'inchiesta penale della Procura di Bolzano, nata in seguito alla positività al doping di Alex Schwazer nell'estate 2012. Per semplicità l'intera vicenda è stata riassunta sotto l'etichetta di Caso Schwazer ma, in realtà, quello che sta emergendo è un affare molto più grosso che coinvolge in modo diretto l'intero sistema sportivo italiano. Del resto non ci voleva molto per intuirlo. Nella famosa conferenza stampa di Schwazer, pochi giorni dopo la positività all'EPO resa nota nel corso delle Olimpiadi di Londra 2012, il marciatore altoatesino si era assunto tutte le responsabilità del gesto, descrivendo, tra le altre cose, un rocambolesco viaggio in Turchia per procurarsi la sostanza dopante. In attesa del processo, la versione del "ho fatto tutto da solo, nessuno sapeva niente" si sta rivelando per quello che è: un coraggioso - quanto goffo - tentativo di non coinvolgere altre persone nella vicenda.
Blog-In, proprio a seguito dei casi Schwazer e Armstrong, ha cercato in questi due anni di approfondire la questione doping, fornendo ai lettori gli strumenti per approfondire il tutto (vedi speciale doping). Per chi ha una conoscenza limitata della materia - spesso non per colpa sua, vista la superficialità e ritrosia da parte di molti media italiani nell'affrontare l'argomento doping - e volesse conoscere realmente come stanno le cose, consiglio come sempre la lettura de "Lo Sport del Doping" del prof. Donati.
Al netto delle consuete, sterili polemiche su situazioni collaterali - vedi intervista a Federica Pellegrini -, il Caso Schwazer è utile per fissare tre punti fondamentali sul fronte doping-antidoping in Italia.

1. LA MISTIFICAZIONE (leggi BALLA) PER CUI "IN ITALIA I CONTROLLI ANTIDOPING SONO PIU' SERI CHE IN ALTRI PAESI (Spagna in primis)" - In questi ultimi anni - addirittura negli ultimi giorni! - , una radicatissima scuola di pensiero, dalla vaghissima connotazione retorico-nazionalista, ha cercato di giustificare i flop e i mancati risultati dell'Italia sportiva tirando in ballo la rigidità dei controlli antidoping sul nostro suolo. Per la serie "è normale che gli atleti italiani vincano molto meno che in passato: da noi i controlli sono seri e accurati mentre da altre parti, Spagna in primis, praticamente non esistono". Ora, è evidente a tutti che Spagna, Giamaica o Russia, non siano tra i Paesi più all'avanguardia nella lotta al doping. Diciamo così. Tuttavia, prima di guardare in casa d'altri, sarebbe bene soffermarsi sulle nostre di magagne. Molte persone ignorano ancora oggi che, come certificato dalla sentenza del Tribunale di Ferrara del 2003 nel c.d. "processo Conconi", in Italia è esistito tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, un sistema che qualcuno ha definito "Doping di Stato". Dal processo è infatti emerso che, d'accordo con il CONI, il Centro Studi Biomedici di Ferrara "trattava" alcuni dei più importanti atleti italiani dell'epoca (vedi file dblab). Dopo la chiusura delle indagini, l'ex presidente del CONI Pescante ebbe a dire che "La scienza dello sport non era altro che la scienza del doping».
La Procura del CONI, nell'archiviare i procedimenti per intervenuta prescrizione, dovette constatare che:

(...) gli imputati hanno per alcuni anni e con assoluta continuità fiancheggiato gli atleti elencati nel capo di imputazione nella loro assunzione di eritropoietina, sostenendoli e di fatto incoraggiandoli nell'assunzione stessa con la loro tranquillizzante e garante rete di controlli dello stato di salute di esami, di analisi, di test tesi a valutare ed ottimizzare gli esiti dell'assunzione in vista dei risultati sportivi, quindi realmente interagendo nel” trattamento” e favorendo, come a loro contestato, nonché, logicamente, fornendo tutti i supporti logistici atti a prolungare nel tempo l’assunzione di eritropoietina. 

(...) questa Procura non può esimersi dal considerare che il quadro d'assieme che è emerso dalla lettura della sentenza in rassegna (che si allega al presente provvedimento) è decisamente sconsolante, vieppiù se si pensa che una larga parte degli sportivi seguiti dal centro diretto dal prof. Conconi sono stati (in qualche caso sono tuttora) atleti di rango internazionale e di assoluto prestigio per la massa di risultati raccolti nella carriera e che molti di essi, ancora oggi che non svolgono più attività agonistica, sono tesserati e rivestono incarichi dirigenziali o di responsabilità tecnica di rilievo (a livello di squadre internazionali) nell'ambito delle federazioni sportive di appartenenza, sino a rappresentare lo sport italiano ai massimi livelli in consessi internazionali.

Insomma, non è tutto oro (o argento o bronzo) quello che luccica(va). Del resto il prof. Donati, già negli anni '80, aveva coniato la definizione di "Campioni senza valore".
Dalle recenti indagini di Bolzano è emerso un quadro più sfumato, ma non molto dissimile nella sostanza. Atleti di vertice in contatto diretto con medici inibiti, mancate notifiche della reperibilità per i test, veri e propri missed test. Dirigenti, medici e tecnici federali che sapevano e facevano finta di nulla (come scritto da Gianni Mura su La Repubblica di domenica 21 settembre, "alla lunga il gioco delle tre scimmiette non solo annoia, ma fa pure schifo"). In pratica, una rete a maglie larghissime o se preferite un'enorme zona grigia, sorretta da omertà e ipocrisia, in cui alcuni atleti italiani hanno potuto vivere serenamente, senza essere "disturbati" dai controlli. Attenzione, ciò non vuol dire che gli atleti citati nelle carte di Bolzano abbiano fatto uso di doping. Significa semplicemente che il sistema dei controlli così com'era (è) concepito non funziona(va).
Ricordo, per chi non lo sapesse, che i controlli antidoping in Italia su atleti di livello nazionale e internazionale sono demandati al CONI-NADO (Organizzazione Nazionale Antidoping), cui spetta "l'attuazione ed adozione del Programma Mondiale Antidoping WADA".




2. LA MAGISTRATURA SUPPLISCE ALLE CARENZE DELL'ANTIDOPING - Col Caso Schwazer abbiamo avuto la conferma che in Italia per operare una seria lotta al doping c'è bisogno della magistratura ordinaria. In tal senso la legge penale antidoping (n. 376/2000) è stata fondamentale. Molti sostengono che l'ordinamento sportivo non abbia le risorse economiche e umane per contrastare il doping. In realtà, in un rapporto causa-effetto quest'ultimo punto rappresenta l'effetto. La causa è la reale volontà delle istituzioni sportive di operare dei controlli su atleti di primo o primissimo livello. Che interesse può avere il CONI - inteso come dirigenti e tecnici -  a smascherare i campioni (senza valore), quando quest'ultimi sono funzionali al mantenimento della status quo (i campioni senza valore possono vincere medaglie, portare sponsor, soldi e da ultimo consentire la conferma di dirigenti, tecnici, ecc.)? E' lampante il conflitto d'interesse tra controllore e controllati. Per fortuna, come fatto notare nell'intervista odierna alla Gazzetta dal Procuratore Capo di Bolzano Rispoli, la legge penale antidoping consente alla magistratura, con l'ausilio di strutture specializzate quali NAS e ROS, di intervenire in modo efficace.
 
3. I CONTROLLI ANTIDOPING DEVONO ESSERE AFFIDATI AD UN ORGANISMO TERZO - Il Caso Schwazer ha reso evidente - o almeno avrebbe dovuto farlo - la necessità di affidare la gestione dei controlli antidoping ad un'authority indipendente. Una WADA nazionale sostenuta da soldi pubblici e privati, in grado di operare in condizione di terzietà e imparzialità.
Franco Arturi, vice-direttore de La Gazzetta dello Sport, uno dei giornalisti più attenti sul tema doping, ha scritto recentemente un editoriale su questo punto: "L'antidoping in Italia è poco più di un'esercitazione retorica, una serie di roboanti dichiarazioni col ciclostile (...) E' ora di togliere l'antidoping dalle mani di CONI e Federazioni". Purtroppo, però, i segnali arrivati in questi giorni da CONI (Malagò) e Governo (Del Rio), vanno esattamente nella direzione opposta.
In questo articolo di Valerio Piccioni - altro ottimo giornalista, da sempre impegnato nella sensibilizzazione sul tema doping - è riassunta perfettamente la situazione.


La sensazione (e il timore) è che una volta spenti i riflettori sull'inchiesta di Bolzano, toccherà a qualche altro magistrato ordinario sollevare il coperchio di qualche nuovo, compromettente affair doping all'italiana.