domenica, agosto 03, 2014

Caso Pantani – Cambia solo il finale di una storia tragica

Pantani ucciso gazzetta 2 agosto 2014_cut Questa mattina avrei voluto scrivere un post sulla riapertura dell'inchiesta sulla morte di Marco Pantani. Ieri appassionati e non si sono svegliati con questa prima pagina de La Gazzetta dello Sport. Una notizia-bomba che non può lasciare indifferenti e che ben presto ha fatto il giro del mondo. Superata la fase emotiva, però, hanno cominciato a farsi largo interrogativi e dubbi sull’eccessivo clamore che la vicenda stava destando. Poi, stamani, ho letto l’editoriale di Cristiano Gatti e l’intento iniziale è venuto meno. E’ inutile scrivere un articolo quando qualcuno ha già condensato in modo magistrale il tuo pensiero. Riporto qui alcuni dei passaggi più importanti dell’articolo di Gatti, rimandando alla lettura completa del post su tuttobiciweb.
E’ la vittoria di mamma Tonina, dieci anni dopo. Nient’altro è, la riapertura dell’inchiesta sulla morte di Marco Pantani, se non il premio che la giustizia concede alla cocciuta battaglia di una madre lacerata, incapace di accettare l’idea del figlio morto per autodistruzione. Questa madre aveva il disperato bisogno di un nemico e di un colpevole, per spiegarsi una parabola tanto tragica. E poco conta che Marco fosse già morto dentro da molto tempo prima, prima dell’overdose, o del suicidio, o dell’omicidio. Morto di disperazione e di cocaina, sempre più inabissato nei deliri di un’epopea maledetta, arrivata ai culmini più elevati del successo e poi brutalmente precipitata nella polvere dell’umiliazione: troppo, veramente troppo per un animo così fragile.
E’ solo la notizia di una riapertura d’inchiesta, niente di più. Ma tanto basta: per la famiglia e per il popolo di Pantani è una sentenza definitiva, oltre la Cassazione, l’unica vera e possibile. Marco ucciso, Marco vittima, Marco martire. (…)
Ma è dal punto di vista umano, diciamo pure sentimentale, che l’ipotesi omicidio – se dimostrata – sarebbe comunque un patetico fallimento. Senza paura delle parole, bisogna chiedersi: cosa aggiungerebbe alla tragedia personale di Marco, alla sua implosione spirituale, sapere che non è morto per overdose autonoma, ma indotta da qualche criminale? Niente, non aggiungerebbe e non emenderebbe niente. Niente sarebbe riscattato. Niente di sostanziale verrebbe spiegato diversamente. L’inchiesta non svolgerebbe la funzione catartica che la mamma sogna da dieci anni.
Prima, molto prima di quel finale nel residence di Rimini, Marco era umanamente finito. I gregari più fedeli e disinteressati, il Sert di Ravenna che cura le tossicodipendenze gravi, persino don Mazzi che voleva portarselo in una comunità del Sud America per allontanarlo dalla palude romagnola: tutti respinti con perdite, nell’ultima fase. Marco vagava semi-incosciente nel vortice inarrestabile di due polarità nefaste: depressione e cocaina, cocaina e depressione. I famosi mostri che si alimentano a vicenda, fino al baratro.
Questo per dire che
Marco non si era ritrovato per puro caso nella stanza di Rimini, solo, in balìa degli scarafaggi di certi giri: era finito lì al termine di un lungo, penoso, orrendo viaggio personale, cominciato a Campiglio nel giugno del ’99. (…)
Tornando alla prima della Gazzetta dello Sport e al modo in cui gli altri media hanno ripreso la notizia, voglio sottolineare un ultimo particolare.
Pur capendo la difficoltà di scindere completamente i due aspetti, penso che sia fondamentale nella vicenda in questione distinguere in modo netto la vicenda umana da quella sportiva. Quello di cui si parla in queste ore riguarda solo ed esclusivamente la vita privata del Pirata. Certo, come scritto da Gatti, il collegamento tra Madonna di Campiglio e Rimini è fin troppo evidente. Tuttavia, la riapertura dell’inchiesta (atto dovuto peraltro) riguarda le ultime ore di vita di Pantani, non quello che è accaduto quattro anni e mezzo prima al Giro. Non è sport, non è ciclismo, ma cronaca nera. Dico questo perché subito dopo la diffusione della notizia ho letto i pareri più disparati, con il ritorno in auge delle più confuse e improbabili teorie complottiste.
Gli stessi media stanno contribuendo a creare confusione, confondendo sport e cronaca. Uno degli esempi più lampanti riguarda Repubblica.it che ieri, per tutta la giornata, ha tenuto in homepage (sia generalista che sportiva) il parere di Claudio Chiappucci sulla riapertura dell’inchiesta. 

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Chiappucci è stato compagno di squadra di Pantani ai tempi della Carrera, vero. Ma cosa c’entra con la storia di Rimini? Cosa potrebbe aggiungere se non un banalissimo “Quella morte mi sembrò strana”? E se proprio vogliamo dirla tutta, anche dal punto di vista sportivo non mi sembra la persona più indicata a cui chiedere un parere (vedi).
Chiudo rispondendo a chi mi chiede un parere sul Pantani ciclista. Come scritto più volte su questo blog, penso che quel ciclismo – per convenzione dico dal 1993 al 2010 - non vada più preso in considerazione. Era una rappresentazione farsesca, totalmente falsata dal doping dilagante: zero valore tecnico. A chi sostiene ancora che “a parità di doping vinca comunque il migliore” rispondo in primis che “a parità di doping” non significa nulla. I ciclisti dell’EPOca assumevano diversi tipi di sostanze. Molto dipendeva anche dalla disponibilità economica di squadre e soggetti. Poi, ed è l’aspetto dirimente, come spiegato da illustri professori e medici, le diverse sostanze dopanti hanno effetti diversi sui vari organismi. Detto in termini grossolani, ogni fisico reagisce in modo diverso all’assunzione di questa o quella sostanza dopante. Su Pantani e sui soliti, sterili dibattiti che si innescano tra ultrà e denigratori, rimando al post che scrissi sul (fugace) dualismo con Lance Armstrong.