mercoledì, giugno 25, 2014

Brasile 2014 - Italia eliminata: analisi di un fallimento (non) annunciato

L'Italia non era tra le favorite dei Mondiali, ma alla vigilia in pochi si sarebbero aspettati un fallimento di tali dimensioni. Un flop per certi versi peggiore rispetto a quello di Sudafrica 2010. Sì perché mentre quattro anni fa c'era la scusante del debito di riconoscenza verso alcuni campioni del mondo del 2006, in questa disgraziata spedizione brasiliana non ci sono alibi.
Un Mondiale, pur nell'aleatorietà di un torneo, fotografa lo stato di salute di un movimento calcistico. L'Italia, in questo momento, è alla periferia del calcio mondiale. La nostra Serie A, e non servivano i Mondiali per testimoniarlo, è in continua fase involutiva. Sotto tutti i punti di vista. Il problema nasce lì. I nostri club sono spesso gestiti in modo improvvisato, con lo sguardo continuamente puntato al presente, senza alcun tipo di visione e managerialità. Come scritto più volte su questo blog, negli scorsi anni i club italiani sono stati ricoperti d'oro dalle televisioni (e continueranno ad esserlo per il triennio 2015-18). Quei soldi, invece di essere spesi per rifondare i settori giovanili e per costruire i famigerati stadi di proprietà, sono serviti - a malapena - a pagare gli spropositati ingaggi di molti calciatori o ad acquistare qualche straniero dal dubbio valore. Il discorso sui settori giovanili è molto più ampio e coinvolge anche la FIGC. Non è un caso se, al termine del match con l'Uruguay, assieme a Prandelli si sia dimesso anche il presidente Abete. Un atto che fa loro onore. L'Italia non è il Paese delle dimissioni.

ITALIA A BRASILE 2014 - Analizzare tutti i motivi della debacle azzurra sarebbe troppo lungo. Semplificando, possiamo individuare tre componenti: la preparazione fisica, le scelte di Prandelli, la personalità e la qualità dei giocatori.



CONDIZIONE ATLETICA - Durante il ritiro di Coverciano si era parlato di "rivoluzione tecnologica" e di "preparazione ottimale". Si era giunti persino a ricreare le condizioni climatiche che gli azzurri avrebbero trovato in Brasile. Dopo la prima partita contro l'Inghilterra - buona ma non certo "epica" come definita dal CT - l'Italia si è squagliata dal punti di vista fisico. Lenta, pesante, sempre in difficoltà nei duelli basati su muscoli o corsa. E in un torneo che si gioca in un mese non è esattamente una buona base di partenza.

LE SCELTE DI PRANDELLI - Personalmente ero abbastanza fiducioso sulle possibilità dell'Italia. Cesare Prandelli nei due tornei disputati al timone degli azzurri aveva ottenuto dei risultati di tutto rispetto: finalista a Euro2012, terzo posto alla Confederations Cup 2013. A Brasile 2014, purtroppo, Prandelli è andato letteralmente nel pallone, perdendo tutte le certezze faticosamente costruite in questi 4 anni. Il CT è sembrato intimorito, pauroso, esattamente l'opposto dell'allenatore con le idee chiare visto in precedenza.
Sui convocati sinceramente non c'erano molte cose da dire. Certo, si può discutere di Giuseppe Rossi, della mancanza di un terzino sinistro di ruolo, dei pochi attaccanti di ruolo portati in Brasile (di fatto solo due). Siamo ai dettagli però, la sostanza non cambia. Il problema sono state le scelte in Brasile. L'Italia, salvo rarissimi casi (esordio a Euro 2012 contro la Spagna), aveva sempre giocato con il 4-3-1-2, puntando su possesso palla e controllo del gioco. Una rivoluzione culturale che aveva pagato buoni dividendi. Improvvisamente, alla viglia dei Mondiali, Prandelli ha voluto infoltire ulteriormente il centrocampo, togliendo una punta e passando ad un prudentissimo 4-5-1. Contro "la più scarsa nazionale inglese degli ultimi 50 anni" (cit. Massimo Marianella), è andata bene. Contro Costa Rica e Uruguay abbiamo toccato il fondo. In due partite l'Italia non ha fatto un tiro nello specchio su azione. Solo un paio di punizioni di Pirlo. La confusione e la paura di Prandelli sono perfettamente sintetizzate dal repentino cambio di modulo dopo il match con la Costa Rica (3-5-2 a furor di popolo) e dal cambio Balotelli-Parolo ad inizio ripresa con l'Uruguay. Il commento di uno dei più importanti giornalisti italiani riassume la spedizione italiana in Brasile:
QUALITA' DEI GIOCATORI - Prandelli ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, vero, ma il cuore del problema riguarda la qualità e la personalità dei giocatori italiani. Il Mondiale ha detto che siamo ancora aggrappati a Buffon, Pirlo e De Rossi, campioni del mondo 2006. Il resto è un mix di onesti gregari e giocatori sopravvalutati. Su quest'ultimo punto anche i media italiani hanno delle precise responsabilità nell'aver elevato al grado di campioni alcuni calciatori dal buon potenziale che, tuttavia, non hanno ancora dimostrato (e vinto) nulla. Non mi riferisco solo a Balotelli, il caso più eclatante. Parlo, ad esempio, di Immobile, invocato come il salvatore della Patria da tv, giornali e tifosi stessi. Nessuno che si fosse premurato di verificare quante partite internazionali avesse disputato con la maglia di un club: 1, un lontanissimo spezzone di gara a Bordeaux nella Juventus di Ferrara. Diego Godin - 79 presenze in nazionale, 47 nelle Coppe Europee - se l'è mangiato a colazione. Lo stesso discorso si può estendere ad altri giovanotti di buone speranze che hanno dato l'impressione di essere stati proiettati in una realtà molto più grande di loro.
A proposito di Balotelli, almeno per quest'estate chiedo una moratoria ai media italiani: basta parlare di lui, della sua vita privata, dei suoi atteggiamenti. Per favore, niente copertine o articoli di gossip. Lasciamolo stare, ignoriamolo per qualche mese.
L'unico timido raggio di luce della nazionale italiana a Brasile 2014 è stato Marco Verratti che, non a caso, gioca da due anni in una delle formazioni più forti d'Europa.
Il nodo per il successore di Prandelli sarà proprio questo. Da quali giocatori possiamo ripartire in vista del prossimo quadriennio? La lista, purtroppo, non è molto lunga.