sabato, settembre 08, 2012

"The Secret Race" - Le agghiaccianti anticipazioni del libro di Tyler Hamilton sul doping nel ciclismo

In un'intervista di due giorni fa, Johan Museeuw  ha dichiarato che "tra gli anni '80 e '90 praticamente tutti facevano ricorso a pratiche illecite. Dobbiamo farla finita con l'ipocrisia. L'unico modo per far uscire il ciclismo da questa spirale omicida è rompere il silenzio, il silenzio che continua a perseguitarci". Sul ciclismo odierno, invece, Museeuw è più ottimista: "Oggi il gruppo è più pulito. In passato il doping era uno stile di vita del ciclista, negli ultimi anni va decisamente meglio. Sono sicuro che prima d'ora le gare non siano mai state così vere, ma questo conterà poco finché molte persone continueranno a tacere su ciò che è andato storto in passato".
Queste parole, provenienti da un corridore che ha avuto il coraggio di confessare l'assunzione di sostanze dopanti (seppur a carriera conclusa), fanno da capello introduttivo alle anticipazioni del libro di Tyler Hamilton, "The secret Race", uscite in questi giorni. Anticipazioni agghiaccianti, clamorose che aprono uno squarcio sul mondo (malato, marcio) del ciclismo tra il '93 e i primi anni 2000. Qualcuno può obiettare che Hamilton abbia agito solamente per fini commerciali, cioè per guadagnare un po' di soldi. Può essere, ma in questo caso la forma non intacca la sostanza. Nel libro (uscito per ora solo negli USA), Hamilton ripercorre tutta la sua carriera, dagli inizia a "pane e a acqua" alla discesa verso il doping, scelta "inevitabile" in quel momento storico del ciclismo. Ovviamente, le rivelazioni più scottanti riguardano il periodo alla U.S. Postal come compagno di squadra di Lance ArmstrongHamilton è assieme ad altri ex corridori della U.S. Postal, uno dei testimoni nell'inchiesta che ha portato l'USADA (l'agenzia antidoping statunitense) a radiare Armstrong con annessa richiesta all'UCI  di revoca di tutti  i 7 Tour de France vinti. Si possono fare diverse considerazioni sul punto. Magari, se avrò tempo, scriverò un articolo a riguardo. Il dato principale, comunque, è che quel ciclismo era ancora più malato di quanto si poteva immaginare o sospettare. Non è questione di un singolo atleta o di una singola squadra. Il doping era una componente imprescindibile di tutto il ciclismo. Un mondo dove tutti, atleti, medici, direttori sportivi, manager, sapevano. La speranza è che, come detto da Museeuw, quello attuale sia un ciclismo più pulito e credibile. E la cosa più straordinaria è che, nonostante queste tranvate, la gente è ancora innamorata di questo sport.

Ed ecco alcune delle anticipazioni di "The Secret Race", di Tyler Hamilton (anticipazioni uscite in questi giorni sulla Gazzetta dello Sport a firma Massimo Lopes  Pegna). Uno dei nomi più ricorrenti è quello del dott. Michele Ferrari, uno dei principali "protagonisti" dello sport professionistico degli ultimi 15 anni.


RIVOLUZIONE EPO - L’Epo cambiò ogni cosa. Non si può comparare l’effetto ad anfetamine o anabolizzanti. Improvvisamente intere squadre andavano dannatamente veloci. Improvvisamente  mi trovai a dannarmi per arrivare in tempo massimo. Nel 1994 la cosa divenne quasi ridicola. Io ero in salita, al massimo del mio sforzo e questi ragazzi super potenziati scherzavano fra loro come fossero in pianura! Una pazzia. Come arrivò la stagione 1996 a tavola c’era grande tensione; tutti sapevano cosa sarebbe successo; tutti parlavano di Epo, era scritto quasi sul muro. I compagni si rivolgevano a me per avere un indirizzo, una guida. Ma cosa potevo mai dire loro?

LE PRESSIONI DELL’AMBIENTE – Il ciclismo segue il più darwiniano dei modelli. Le squadre sono sponsorizzate da grandi aziende e competono in grandi corse. Ma non c’è alcuna sicurezza: gli sponsor possono lasciare; gli organizzatori possono rifiutare alle squadre la partecipazione. Il risultato è una catena di  nervosismo continuo. Gli sponsor sono nervosi perché hanno bisogno dei risultati. I direttori sportivi sono nervosi perché hanno bisogno dei risultati. I corridori sono nervosi perché hanno bisogno dei risultati per rinnovare i contratti.

L’INIZIAZIONE - Pedro Dal Moral (medico Della US. Postal n.d.r.) era per me come lo zio preferito. Era diretto, ti guardava negli occhi, si preoccupava della tua salute, ti chiedeva come stavi. (…) Pedro mi spiegò che l’ematocrito era la percentuale di sangue che conteneva i globuli rossi; mi spiegò anche che il nuovo regolamento Uci prevedeva la sospensione per 15 giorni qualora l’ematocrito di un corridore superasse il 50%. Solo 15 giorni anche se era un probabile segno di assunzione di Epo. All’epoca non c’era un test diretto per l’Epo e superare il 50% non era considerato doping, il presidente Verbruggen definiva quella sanzione “vacanza da ematocrito”, a tutela della salute. (…) Pedro mi chiese di fare un piccolo prelievo per controllare l’ematocrito. (…) “Niente male; sei 43%”. Rimasi sorpreso dalle sue parole. Non aveva detto “il tuo valore è 43%” oppure “il tuo livello è 43%”, ma: “tu sei 43”, come se quello fosse il mio cartellino di vendita e 43 il mio prezzo. Solo più tardi compresi cosa significava tutto ciò. All’epoca non prestai molta attenzione. Poi Scott Mercier, un compagno molto più scafato di me all’epoca, mi raccontò il suo incontro con Celaya: “Dunque (Celaya) mi ricevette nella sua camera d’albergo e fece il test. Quando vide l’esitocominciò a scuotere la testa: “Ooooh la la! – disse Pedro – Tu sei 39. Per fare i professionisti in Europa bisogna essere 49 o forse anche 49,5”. Compresi subito cosa voleva dire: avremmo parlato di Epo, ma feci l’ingenuo: “E come posso fare per essere 49?”, chiesi a Pedro. “Con vitamine speciali, perché non ne parliamo più tardi?”, rispose.

LE SACCHE BIANCHE – Nel 1997 sbarcai a Girona in un appartamento nuovo che dividevo con i compagni della Postal. Ci aspettavano gare dure in preparazione del Tour; la Ruta del Sol, i Trofeo Puig, La Vuelta Valenciana. Ero nervoso perché eravamo in venti corridori per soli nove posti al Tour. Le corse erano durissime e terribili. Fu allora che vidi per la prima volta le sacche bianche. Comparivano a fine gara, portate da qualche soigneur, conservate in frigo. Venivano date ad alcuni corridori, i più forti: Hincapie, Ekimov, Baffi, Robin; ad altri no. Capii da quello che ero nella squadra B. Fu in quella occasione che sentii per la prima volta la frase “correre a pane e acqua”. Io correvo a pane e acqua ancora. Corsi la Ruta del sol a pane e acqua. Ma quando mi sentivo sfinito per le gare o gli allenamenti pensavo a quelle sacche bianche. Volevo provare a me stesso di essere più forte di quelle piccole sacche. Ma ci pensavo continuamente.

LA PRIMA VOLTA – E  venne il momento del break down. Mille giorni dopo il mio passaggio al professionismo mi dopai per la prima volta. Parlando con gli altri corridori e ascoltando le loro storie, capii che era un modello di coportamento comune. Il primo anno, giovane e felice di essere lì, fra i pro, pieno di speranze; il secondo, la presa di coscienza; il terzo, la chiarezza di un bivio da imboccare: si o no. Dentro o fuori.

LA CAPSULA ROSSA –  Dopo la Vuelta Valenciana Pedro (Celaya, n.d.r.) venne nella mia camera d’albergo. Mi chiese come stavo. Gli dissi la verità: finito. Non avevo più nulla nelle gambe. Pedro tirò fuori una bottiglia scura ne estrasse una capsula rossa: “Non è doping, è per la tua salute. Per aiutare il tuo recupero. Il tuo corpo ne ha bisogno. E’ sicura. Se tu dovessi correre domani io non te l’avrei data; ma va bene se la prendi adesso e corri fra due giorni”. Compresi bene che se avessi coprso e fossi stato sorteggiato per l’antidoping  sarei risultato positivo.

LE REGOLE DEL GIOCO – Il mio unico lavoro divenne tener chiusa la bocca; allungare il braccio ed essere un buon lavoratore. Mi ero imposto delle regole precise.
1) Prendi le pasticche rosse una volta ogni settimana o due. Bada di non assumerle troppo vicino alla gara.
2) Prendi l’Epo dal dottore della squadra il giorno della corsa. Non comprarla. Cerca di evitare di tenerla a casa. Iniettala sotto cute. Avrà un effetto più duraturo.
3) Taci su tutto. Non c’è bisogno di parlare perché tutti sanno già tutto.

EDGAR E ANDRIOL – Il menu del doping non era grande. Edgar (il nik name con cui avevano ribattezzato l’Epo, n.d.r.) e testosterone (Andriol). Una pallina rossa ogni settimana  o due durante gli allenamenti era sufficiente e nel caso che servisse un aiuto meno forte, era sufficiente forare la capsula spremere un po’ di contenuto sulla lingua e conservare il resto per un’altra occasione.

TESTOSTERONE E OLIO D’OLIVA – il dott. Ferrari aveva trovato una nuova combinazione: mescolare l’Andriol con l’olio di oliva in un contagocce. Serviva per i piccoli recuperi. Ricordo che una volta Lance ad una corsa mi mise qualche goccia sulla lingua, come fossi un uccellino. Seguendo i suggerimenti di Del Moral ho provato anche l’ormone della crescita durante un allenamento a tutta, ma mi lasciava le gambe pesanti, così smisi. Assumevo Edgar (Epo) ogni due o tre giorni per iniezione sottocutanea o nel braccio con aghi così fini da non lasciare il segno. Ferrari mi spiegò che iniettarsi l’Epo era come girare l’interruttore del termostato a casa. Aggiungendone poca la casa resta fredda; aggiungendone molta la casa diventa calda e si supera il limite di 50%. Imparai presto. Ero arrivato al punto di valutare a occhio il mio ematocrito, a seconda del colore del sangue.

I TRUCCHI – Finita la fiala di Epo la mettevo fra due fogli di carta e la pestavo sotto i piedi riducendo il vetro in polvere. Poi gettavo tutto nel water facendo scorrere più volte lo sciacquone, così non c’era traccia di epo, nel caso ci fosse stato qualche controllo.

PANTANI IN FUGA E LA CHIAMATA A FERRARI - “Lance amava la logica, Pantani correva con passione e istinto. E lui odiava questo suo modo di essere. Quando l’italiano andò in fuga all’inizio della tappa Courchevel-Morzine al Tour 2000, salita dopo salita sembrava imprendibile. Lance andò nel panico. In corsa fece chiamare Ferrari per chiedergli lumi e lui lo rassicurò: con quel passo, Pantani sarebbe crollato all’ultima salita. E così fu”.
Nel video qui sotto una sintesi della tappa (in un paio di circostanze Armstrong si consulta con l'ammiraglia guidata da Bruyneel):


"IL GIARDINIERE DOPING" — “Dopo lo scandalo Festina del 1998, dovevamo trovare un nuovo sistema per portare le fiale di Epo alle gare. Lance affidò il delicato incarico di corriere a Philippe, il suo giardiniere della villa a Nizza. Philippe fu soprannominato il motociclista, perché seguiva le tappe in moto. Lo chiamavamo su un cellulare segreto. Al traguardo, approfittando della confusione, faceva la sua consegna. Ma solo a noi tre scalatori: io, Lance e Kevin Livingston. Trovavamo le siringhe nel camper, per evitare il rischio di una perquisizione in hotel. Ci bastavano 30 secondi: Del Moral ci iniettava, mettevamo le siringhe nelle lattine di coca, poi il dottore sgattaiolava fuori nella mischia con le lattine schiacciate, come fossero spazzatura, nello zaino”.

I TEST ANTI EPO – L’avvento dei test per individuare l’Epo divenne la prova di come Ferrari fosse un gran vantaggio per noi. Le autorità mondiali avevano impiegato anni e milioni di dollari per individuarne uno valido e a Ferrari bastarono pochi minuti per capire come eluderlo. Invece di iniettare una dose intera sotto cute (che prolungava  la presenza dell’epo nel corpo), facevamo iniezioni di piccole quantià direttamente in vena. Al Giro di Svizzera del 2001 Lance voleva essere al meglio della forma. Ferrari gli consigliò di dormire in altitudine e di assumere Edgar (epo) in microdosi, una per notte. Questo avrebbe mantenuto alto il suo ematocrito e avrebbe consentito di eludere i nuovi test sull’Epo che mettevano a confronto le due molecole, quella naturale e quela sintetica. L’altitudine avrebbe stimolato la produzione di maggior Epo naturale aiutando a compensare e nascondere quella sintetica.

"COSÌ MI CACCIÒ" — ”Prima del Giro di Svizzera 2001, andai a Ferrara da Ferrari che mi fece il classico test sul Monzuno: su quei 4 Km di salita al 9% battei il record di Lance. Ferrari sorrise: buon segno, perché non lo avevo mai visto allegro. Ma quando arrivai in ritiro, Lance era incavolato: "Monzuno eh? Non penserai mica di essere tu ora l’uomo da battere?". Il giorno dopo la situazione peggiorò quando il mio ematocrito risultò 49.5, troppo vicino al 50%. Lance era furioso, anche se pure lui a volte aveva quel valore. Persino sua moglie Kristin mi disse sarcastica: "Ho sentito che hai grandi numeri, Tyler". Lance si sentiva insidiato. Una mia intervista a Velonews, innocua, fu presa molto male da Armstrong. Fui costretto da Bruyneel a scusarmi. Ma non servì: al Tour venni lasciato a pane e acqua”.

"RIIS VOLEVA SAPERE" — “Così nel 2002 firmai per la Csc di Bjarne Riis. Nel nostro primo colloquio mi chiese quali metodi usavamo alla U.S. Postal. Gli raccontai tutto, ma non delle trasfusioni, forse perché non mi ero trovato bene. Lui rispose: "Devi assolutamente provarle, ti piaceranno moltissimo". Eravamo affidati al dottor Eufemiano Fuentes. Mi suggerì di usare il nome del mio cane per classificare le mie sacche di sangue. Ma il mio era troppo famoso, così divenni 4142, le ultime cifre del telefono di un mio amico”.

FUENTES – Nel 2004 il dottor Fuentes (Hamilton era già alla CSC di Riis, ndr) disponeva di  un nuovo tipo di congelatore che consentiva la conservazione di numerose  sacche di sangue insieme. Evitando viaggi sospetti e massacranti verso Madrid. Per tenere il sangue lì si spendevano fino a  50 mila dollari a stagione.

ARMSTRONG – Se ti lamentavi per gli allenamenti duri;  se arrivavi in ritardo, Lance te la faceva pagare. Andava a simpatie. Ferrari era un dio per lui e invece cacciò Bobby Julich (terzo nel Tour de France vinto da Pantani, ndr) perchè non lo sopportava. Licenziò anche Livingston che gli era stato vicino nei mesi della malattia: aveva chiesto un aumento. Con i soldi risparmiati riuscirono ad ingaggiare tre spagnoli.

LE MINACCE - Nel 2011 ero con amici ad Aspen dove Armstrong ha una casa. Andammo in un locale poco dopo arrivò anche lui. Mi fermò mentre ero al bagno minacciandomi con un pugno sullo stomaco. “Quando ti hanno pagato per quella trasmissione?” disse Lance (“60 minuti”, la trasmissione tv in cui Hamilton fece le prime rivelazioni sul suo doping e su Armstrong n.d.r). “Lo sai che non mi hanno dato nulla –  risposi – mi spiace per te, per la tua famiglia e per quello che può succedere”. E lui: “Non ho perso un minuto di sonno per quello. Voglio sapere quanto ti hanno pagato!”. E poi:  ”Quando salirai sul banco dei testimoni (al processo n.d.r.) , ti faremo a pezzi: farai la figura del povero idiota. Trasformeremo la tua vita un inferno”. Lasciai il bagno sconvolto.


Queste anticipazioni sul libro sono tratte dall'articolo di Eugenio Capodacqua su Repubblica.it e dagli articoli di Massimo Lopes Pegna sulla Gazzetta dello Sport del 5 e 6 settembre.