mercoledì, novembre 23, 2011

Amarcord - Emozioni del passato (5): Enrico Fabris oro a Torino 2006

Un paio di giorni fa è arrivata la notizia del ritiro dall'attività agonistica di Enrico Fabris. Un annuncio a sorpresa considerando che il plurimedagliato di Torino 2006 (due ori e un bronzo) aveva iniziato la stagione, disputando la prima gara di Coppa del mondo in Russia. Una scelta che non va commentata ma semplicemente rispettata.
Per questo, in anticipo rispetto al periodo di pubblicazione (festività natalizie) ecco una puntata speciale di Amarcord - Emozioni del passato dedicata all'atleta dell'altopiano di Asiago, capace di rendere popolare in Italia uno sport semi-sconosciuto. Come da tradizione di Amarcord, prima l'articolo celebrativo dell'impresa (nel caso specifico la seconda medaglia d'oro per Fabris, la terza complessiva della sua trionfale Olimpiade italiana) tratto da un quotidiano del tempo, poi il video dell'impresa.
Ecco lo straordinario pezzo di Maurizio Crosetti apparso su Repubblica il 22 febbraio 2006, il giorno successivo all'oro di Fabris nei 1.500 metri:

Quando Enrico Fabris spalanca le braccia che sembrano braccia e invece sono ali, e le dondola per darsi velocità, si vede benissimo che sotto la tuta aderente ci sono gli spigoli di un corpo vero, non i gonfiori di una macchina sintetica. E allora lui pare uno strano trampoliere, una gru, una cicogna, è una creatura alta e lontana, elegante, ossuta e leggera, e così va a vincere la medaglia d' oro dei 1.500 metri su pattini volanti. L' architettura fisica del più grande atleta italiano di queste Olimpiadi, e di molte altre (Eugenio Monti e Tomba vinsero due ori nella stessa edizione, lui è a tre medaglie, bronzo, oro, oro, meglio anche della Belmondo, che per due volte fece oro, argento, bronzo), è qualcosa di silenzioso e potente. Un pendolo: c' è il ritmo, la spinta, il controllo. E la sua velocità va sempre a crescere, mentre Enrico spalanca la bocca e digrigna i denti scintillanti nello sforzo. Sopra i denti, un poderoso naso di ciclista, ieri paonazzo di commozione. Molto interessante la faccia, sconosciuta al mondo fino a dieci giorni fa. Quando si allarga nel sorriso, Enrico Fabris assomiglia a Felice Gimondi, per chi se lo ricorda, e la bocca va quasi a sfiorare le orecchie, riempiendosi di rughe rotonde. I capelli castani, lunghi sulla fronte, stanno un po' dove vogliono e l' insieme sembra disegnato nella galleria del vento: perché Enrico è fatto a freccia, ha una faccia con la punta davanti: il resto del corpo la segue. La tremenda semplicità del suo gesto tecnico forse gli assomiglia. Semplice filare nel vento ghiacciato, lasciando una scia silenziosa. Semplice avere un papà infermiere che si chiama Valerio e una mamma che sontuosamente si chiama Bertilla, più una nonna Luigia che prepara le torte. Semplice partire piano e poi recuperare, recuperare. Semplice avere un fratello che si chiama Michele, di anni 27, e un altro che di nome fa Nicola, 22 anni (invece il cicognone ne compirà 25 a ottobre). Semplice è restare sereni («Sereno, sì, io sono un perfezionista sereno») dopo due medaglie appese semplicemente allo specchio della cameretta, nel villaggio olimpico. Semplice è passeggiare nel bosco, sull' altopiano di Asiago, portandosi dietro un libro di Mario Rigoni Stern: «Amo le storie della mia terra, quelle che parlano di radici e animali». Durante e dopo la vittoria ha pianto virilmente, senza lacrime, solo variazioni di colore sulla pelle del viso strapazzata dalle mani incredule. Ha stretto il mazzo di ginestre e ranuncoli che danno ai vincitori, e pareva una timida sposa all' altare. Ha baciato, ha abbracciato il suo popolo in tribuna, parenti e amici con le guance dipinte come Sioux, la tribù delle facce bandiera. Ma non si pensi che la gru voli solo altrove, è invece capace di mostrare tutti gli angoli e gli spigoli per reclamare più attenzione, per dire che ci si occupa troppo di sci alpino e niente di pattinaggio (ma ora si cambia, forse), per ricordare la pista di quand' era bambino, nel bosco di Gallio, e sperare che diventi un punto di riferimento per i ragazzi di lassù. E poi la passione per la musica heavy, i Metallica specialmente, e la necessità di trovare uno sponsor personale come i campioni veri, «però restando quello di prima». L' università a Padova, la tuta, gli occhialetti, il berretto nero. La pistola alla partenza, la campana all' ultimo giro. I cartelli a pennarello dei tifosi con sopra scritto «grazie». Spalancare la bocca come il pesce che cerca l' ossigeno. Quel pattinare, prima, per riscaldarsi, lentissimo, lontanissimo. Il gioco di dover tradurre per la stampa internazionale non solo le sue risposte, in inglese, ma pure le domande (complimenti all' organizzazione), e lì si è visto come Gimondi abbia sorriso e si sia divertito, lui che mastica la lingua della grande musica quanto il dialetto veneto, morbido e dolcissimo, che poi è il suono delle sue parole, lingua da ciclista anche lei. E neanche un gesto fuori posto, oltre la linea della semplicità naturale che ha spalancato tante finestre del nostro sport, in pochi giorni, per far entrare aria pura. Perché poi le cose si devono fare così, una pattinata dopo l' altra, con calma, con forza, con amore, con timidezza. Lui che si mette le prime lame sotto i piedi a sei anni, e dopo un po' si accorge che il passo allungato e regolare può dare persino più emozione della velocità in faccia, così molla lo short track (dove si gira in tondo, tutti contro tutti) e sceglie il pattinaggio su pista lunga. Partendo piano, arrivando forte. Il gesto preteso dal suo sport diventa il metronomo anche per il resto, o forse lo era già. Studiare, suonare la chitarra, ascoltare i discorsi dello zio prete, don Romeo, parroco di Roana, Vicenza, che detto così sembra un buco nel bosco, invece è qualcosa di molto più grande rispetto alla contrada Toccoli che è il posto vero dove vivono Enrico, Michele, Nicola, Valerio, Bertilla e Luigia con le sue torte. Il passo lungo e regolare delle famiglie normali, il respiro ritmico del campione. Semplice allenarsi tutti i giorni per tante ore su un millimetro virgola due di lama, semplice preferire la compagnia non dell' avversario diretto da guardare in faccia, da superare, magari da maltrattare, ma del cronometro che invece è lui che ti guarda e ti misura, e ti dice se stai arrivando o se viaggi in ritardo. Ecco, un giorno Enrico Fabris decise di fare i conti col tempo, unità assoluta ma divisa in tanti piccoli, normali, semplici pezzi. Lì dentro, Enrico Fabris ha cominciato a pattinare e non si è fermato più.