venerdì, settembre 02, 2011

Al via il Giro della Padania. E lo Sport si piegò alla politica

Domani prenderà il via il Giro della Padania, corsa ciclistica per professionisti riconosciuta nel calendario UCI. Potrebbe sembrare una burla, ma purtroppo è tutto vero. Non solo. Al via di questa corsa ci saranno diversi ciclisti di livello internazionale. Ivan Basso si è affrettato a dire che per lui "sarebbe un onore vincere questa corsa. E' una gara che sento visto che attraversa anche la mia terra". Di più. Al Giro della Padania ci sarà, con tanto di maglia tricolore, il campione italiano Giovanni Visconti.  Il tutto nell'anno del 150° dell'Unità d'Italia con il Giro d'Italia a rendere omaggio ai luoghi simbolo del Risorgimento. Ed è proprio alle celebrazioni per il 150° che consegue la nascita del Giro di Padania. Per fare da contraltare a queste ricorrenze il sottosegretario agli Interni, il senatore e cicloamatore leghista Davico ha infatti ideato e promosso questa corsa.

Non mi dilungo troppo. Penso che la mia indignazione per questa clamorosa ingerenza politica nello sport trasudi da queste righe.
Aggiungo solamente che una delle cose che mi danno più fastidio quando assisto ad una gara ciclistica è vedere le bandiere padane sventolare su salite o traguardi.  Padane o di qualsivoglia corrente politica, intendiamoci. Cosa c'entri un simbolo di partito (o simbolo di un territorio inesistente nel caso specifico) con una competizione sportiva non è dato sapersi. Fortunatamente questo mio sentimento è condiviso da molti altri sportivi e appassionati di ciclismo che hanno aperto una Pagina Facebook  intitolata "No al Giro della Padania"(vedi)
In questa pagina è pubblicato anche il commento di Sergio Neri, direttore di BiciSport. Penso che valga la pena riportarlo:
"Una volta Giulio Onesti, grande e storico presidente del Coni, disse che lo sport deve stare lontano dalla politica. E si battè perchè ciò avvenisse. Gli anni di Onesti furono tra i più belli e fecondi della storia sportiva del nostro Paese. Ad ogni buon conto vi domando una cosa alla quale forse voi non avete pensato: e se a vincere la corsa a braccia alzate fosse il campione d'Italia col tricolore intorno al busto?"

Gli autori di questa pagina hanno inviato una lettera ai seguenti soggetti:
  • Unione Ciclistica Internazionale 
  • Federazione Ciclistica Italiana 
  • Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani 
  • Associazione Organizzatori Corse Ciclistiche 
  • Associazione Direttori Sportivi Professionisti Italiani 
  • Teams World Tour, Professional e Continental 
  • Rai Sport 
  • Eurosport 
  • Gazzetta dello Sport 
  • BiciSport 
Ecco il testo integrale della lettera. Inutile dire che sottoscrivo parola per parola

  • Bergamo, 15 Luglio 2011

  • Buongiorno, siamo un gruppo abbastanza vasto ed eterogeneo di appassionati nonché praticanti a livello amatoriale di questo fantastico sport. Ha smosso in noi fanatici delle due ruote una profonda indignazione l'essere venuti a conoscenza dell'inserimento nel calendario UCI di un fantomatico Giro della Padania, inserito in poco tempo nel calendario Europe Tour ed in programma – sembrerebbe – a Settembre. Tralasciando le eventuali pressioni politiche ed economiche che potrebbero aver influenzato la volontà o meno di far correre questa gara, vorremmo soffermarci sul valore che una gara del genere potrebbe assumere. Non crediamo infatti si tratti del classico celodurismo padano a cui siamo abituati, che da sempre sbandiera tradizioni storiche locali come fossero proprie “invenzioni”. Pensiamo piuttosto che quest’operazione consista in una vera e propria campagna volta a rivendicare a livello internazionale la legittimità di una (peraltro inesistente) nazione denominata "Padania", sfruttando biecamente una disciplina sportiva e apparendo così al mondo intero come una realtà ben definita, reale, accettata e – soprattutto – radicata, quando in realtà si tratta solamente di una boutade politica figlia del più becero opportunismo elettorale ed economicoIl fatto che anche all'estero si svolgano competizioni ciclistiche legate a realtà locali non legittima l'uso (in questo caso strumentale) da parte di un partito politico di un termine che, al massimo, ha senso per un geografo attempato. Un giro dei Paesi Baschi, della Catalunya, una Volta ao Algarve esistono in quanto vi sono comunità con un substrato culturale, storico e linguistico ben radicato nel tempo, condiviso e riconosciute al di là di ogni connotazione politica. Del resto nel Nord Italia esistono già diverse corse ciclistiche sia in linea che a tappe; ciò non esclude assolutamente la creazione di altre gare e – perché no? – anche di un grande giro che attraversi diverse regioni settentrionali, ma a patto che questo non venga sfruttato per fini propagandistici. Un giro che dovrebbe partire da Cuneo e raggiungere Venezia quattro giorni dopo, guarda caso proprio in concomitanza con la tradizionale Festa Leghista in Piazza San Marco – e con le conseguenti esternazioni indipendentiste più o meno colorite dei vari leaders del partito – poco si sposa con il clima respirato proprio quest'anno al Giro, dedicato all'anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Pensiamo poi ai baschi Anton, Isasi o Txurruka, legittimi cittadini di una Comunità Autonoma storica e riconosciuta, piuttosto che al siciliano Nibali, a Visconti fresco vincitore del terzo titolo tricolore, al francese Reza o al tunisino Ben Nasser che indossano la maglia verde col Sole delle Alpi: non si creerebbe un conflitto ideologico nelle intenzioni di questi signori? Auspichiamo che tra gli addetti ai lavori si crei una discussione a riguardo, ossia circa l'opportunità di connotare in maniera così forte dal punto di vista politico un evento che dovrebbe rimanere “di tutti”, al di là del paese di provenienza o del colore della pelle e non lo specchio di un partito politico che non rappresenta tutti. 
In attesa di una vostra cortese rispostaVi porgiamo distinti saluti