lunedì, giugno 27, 2011

Libri & Sport: "La Fiamma Rossa - Storie e strade dei miei Tour" di Gianni Mura (a cura di Simone Barillari)

Gianni Mura, Dunkerque, 5 luglio 2001 "...Ho seguito il mio primo Tour nel '67. Che l'abbia vinto Pingeon lo ricordano in pochi. Il '67 è l'anno di Simpson. Si partiva da Angers, nei bistrot vicino alla stazione, a mezzanotte, l'aria sapeva di tabacco nero e Cointreau. C'erano 130 corridori, tredici squadre nazionali. Era un venerdì 13, quello del Ventoux. Simpson era allegro, la sera prima aveva incontrato due fratelli Salvarani, la stagione dopo sarebbe stato al fianco di Gimondi. Aveva inzuppato allegramente il berrettino nell'acqua minerale e lo aveva usato come un aspertorio sui compagni. Vi benedico, voi che andate al Ventoux. Faceva già di mattina un caldo feroce. Simpson quel pomeriggio è morto a puntate, in mezzo ai sassi. Più che cadere, due volte, era scivolato da fermo dalla bicicletta. Prima uno spettatore, poi un meccanico lo avevano rimesso in sella. Aiutato a ripartire verso un buco infuocato. Qualche anno fa Giancarlo Ferretti mi ha raccontato che poco prima, quando c'erano ancora gli alberi, un gruppetto di spettatori ubriachi si divertiva a passare ai corridori borracce piene di cognac. Ferretti aveva annusato e buttato via, Simpson bevuto due sorsate. E' vero che l'autopsia indicò il doping come concausa della morte. C'era anche il sole. Sarà un caso, ma già l'anno dopo il rigido, quasi sadico regolamento del Tour permise i rifornimenti liquidi in corsa, 50km dopo il via e fino a 20 dall'arrivo.
Ocaña, Merckx e Gimondi


Fu più impressionante la caduta di Ocaña nel '71, giù dal Col de Menté. Credo che resti il Tour più emozionante che ho visto da vicino. Merckx aveva esordito nel '69 come un tornado: 18' sul secondo, Pingeon, sei tappe vinte. Nel '70, otto tappe vinte. Ai francesi Merckx non piaceva granché, lo rispettavano perché vinceva molto e andava all'attacco in maglia gialla (bisognerà aspettare Hinault per rivedere un atteggiamento simile) ma lo trovavano poco umano (...). Sul Col de Menté c'era il sole delle grandi occasioni, poi l'aria diventò all'improvviso viola, elettrica, quasi nera. Fulmini e grandine grossa così, la strada una cosa incerta, nascosta, saponosa. Merckx scollina e allunga, Ocaña a ruota. Merckx attacca, sbanda, va contro un muretto, resta in piedi e continua. Ocaña sbanda, va contro lo stesso muretto, rimbalza in mezzo alla strada, cade, si rialza e viene abbattuto definitivamente da Zoetemelk. Rivedo la foto e mi sembra sempre una deposizione della croce. Fine del Tour di Ocaña, a 15km dalla Spagna, a tre giorni da Mont-de-Marsan, la sua nuova patria (...) E Merckx quella maglia gialla non la voleva, per un giorno non la indossò, poi lo obbligarono. E si prese sputi, insulti, pugni, sassate, ma l'umiliazione più grande per lui era quella maglia gialla che sapeva di non meritare. Ocaña poi vinse un Tour ma non era felice. Qualche anno fa, nella sua vigna, s'è tirato una fucilata in faccia. 
Armstrong a Limoges
Il Mentè è molto vicino al Portet d'Aspet, dove c'è la stele per Casartelli. Altra caduta, altro elicottero, altra morte sulla strada. Di quel Tour '95 ricordo il brutto teatrino delle premiazioni, dei sorrisi, delle miss (i corridori non sapevano? non dovevano sapere?) ma soprattutto, il giorno dopo, il tappone dei cinque colli corso in gruppo, basse le teste e l'andatura. Un vero funerale. C'era già l'EPO, ma miracolosamente c'era (ci sarà ancora?) un cuore collettivo, una reazione solidale a una morte quasi banale ma così improvvisa che riguardava tutti, e tutti aveva colpito. E poi quelli della Motorola sfrangiati in avanti, e dopo qualche giorno Armstrong che vince a Limoges indicando il cielo, queste sono le cose che non posso dimenticare. E nemmeno le pene di Indurain nel '96, lasciato indietro nel giorno del primo arrivo a Pamplona, la sua città, lasciato indietro già sui tornanti pelati dell'Alto de Larrau, la sua montagna preferita. Cinque Tour di fila vinti, e questa recita balbettante, inadeguata, sofferta fin sull'uscio di casa. Ho smesso di seguire il Tour nel '72, ho ripreso nel '91. Erano tutte facce nuove. Gli occhi da husky di Bugno, la rabbia di Chiappucci, fondendoli in un corridore solo si sarebbe ottenuto un grande campione. Le follie di Abdu il grifagno. Magic Perini. Pantani, accidenti a me. Pantani, quelli che mi scrivono ti odio perchè ci hai insegnato ad amare Pantani e adesso che dovremmo fare? Fate come me, consideratelo disperso sul fronte russo. Ma era Pantani che dava un senso alle salite, non viceversa, non importa Alpi o Pirenei. Era questo sciamano a creare la sensazione di magia. La storia si potrà riscrivere, la forza delle emozioni no. Anche Armstrong, che pure non è Merckx, ai francesi non sta simpatico. Mi sono molto emozionato al Puy-du-Fou, la sera della sua prima maglia gialla. Armstrong era tornato dagli ultimi confini, come in un libro di Buzzati. Per riconoscerlo bisognava leggergli il numero sulla schiena, ma era tornato. Tutto il resto (le altre maglie gialle, i due ultimi Tour vinti) è un regalo.".

Rispetto alle altre recensioni (vedi rubrica Libri & Sport) ammetto di aver riportato un estratto un po' più lungo (me ne scuso con l'Autore). Purtroppo, però, in presenza di un libro come "La Fiamma Rossa - Storia e strade dei miei Tour" è difficile scegliere un singolo, breve passaggio. In realtà la struttura del testo è molto semplice: si tratta di una raccolta degli articoli migliori scritti da Gianni Mura come inviato al Tour de France (prima, dal 1967 al 1972 per la Gazzetta dello Sport, poi, dal 1991 ad oggi per Repubblica). La scelta degli articoli è stata effettuata da Simone Barillari. Il passaggio sopra riportato è assai significativo perché condensa il modo di raccontare (e vivere) la Grand Boucle di Mura. L'aspetto sportivo preminente, certo, ma anche (accenno di veltronismo) i ricordi, le persone, la cultura, le tradizioni, l'enogastronomia. Tutti gli ingredienti che rendono unici i pezzi di Mura, sorprendentemente simili (ma mai uguali o banali) tra loro, nonostante il grande salto temporale (si parte con Merckx e si finisce con Armstrong, dopo essere passati per Indurain, Bugno e Pantani e per alcuni non-personaggi protagonisti per un giorno sulle strade di Francia). In "Fiamma Rossa" c'è spazio quindi per i momenti straordinari, ma anche per quelli drammatici (le morti di Simpson, Casartelli, gli scandali doping a partire dagli anni '90). Un occhio di riguardo, infine, per la parabola di Marco Pantani. Per lui un piccolo speciale, con la raccolta di alcuni articoli extra-Tour de France.
La grandezza del Tour de France attraverso l'inarrivabile prosa di Mura. Un binomio imperdibile per chi ama il ciclismo e la sua storia.

Gianni Mura: "LA FIAMMA ROSSA - STORIA E STRADE DEI MIEI TOUR" (a cura di Simone Barillari). Edizioni Minimum Fax - 2008. 464 pp. - € 17.50