lunedì, febbraio 21, 2011

Il Fair Play Finanziario: la guida per capirne di più #3 (di Rado il Figo)

Terza e ultima puntata della guida al Fair Play Finanziario (vedi parte 1 e parte 2). Rado chiude il suo speciale approfondendo il tema legato a costi e ricavi determinanti e traendo alcune conclusioni su questo nuovo meccanismo di controllo e accesso alle competizioni europee istituito dall'Uefa, in vigore (a pieno regime) a partire dalla stagione 2014/2015. Ancora un doveroso ringraziamento a Rado per il grande lavoro svolto.


Come più volte scritto precedentemente, a far testo nel fpf interviene solo marginalmente il risultato economico d’esercizio – tutt’al più nelle condizioni sotto le lettere a) e b) delle prime quattro ed in ogni caso solo per i bilanci 2011/12 e 2012/13 – ovvero, non tutti i ricavi ed i costi iscritti a bilancio sono presi in considerazione, ma solo quelli definiti come “determinanti” dall’Allegato X, sezioni B e C, del Regolamento: a grandissime linee sono i conti economici relativi alla gestione “sportiva” del club, con un occhio di riguardo per le risorse destinate ad attività definite meritorie dall’UEFA. Molti dei costi relativi, infatti, anche quando sono “sportivi”, non saranno presi in considerazione con ovvio vantaggio nel calcolo del risultato relativo al fpf.
Nel dettaglio, i ricavi determinanti, con delle brevi spiegazioni ove abbia ritenuto necessario, sono i seguenti:
a)      ricavi da biglietteria: sono comprese tutte le gare, nazionali ed internazionali, ufficiali ed amichevoli;
b)      ricavi da sponsor e pubblicità;
c)      ricavi da diritti di diffusione: anche qui vale ogni tipo di gara e ogni tipo di mezzo di diffusione, quindi non solo quella televisiva;
d)      ricavi da attività commerciali: il merchandising o la vendita di alimenti e bevande nello stadio, ma anche lotterie ed avvenimenti vari legati al club e comunque non riassumibili in nessu’un’altra categoria;
e)      altri prodotti da sfruttamento: tutto ciò che non rientra nelle categorie sopra descritte. A titolo d’esempio si parla di sovvenzioni, dividendi ed altri ricavi di operazioni non calcistiche (ma comunque legate, presumo, all’aspetto sportivo del club);
f)        profitti risultanti dalla vendita dei giocatori: si tratta delle plusvalenze legate alla cessione dei giocatori. Plusvalenza è parola entrata nel gergo calcistico italiano quale sinonimo di trucco contabile ma è in realtà un termine squisitamente tecnico: è la differenza fra prezzo di vendita del giocatore e suo valore contabile; a sua volta, quest’ultimo è la differenza fra costo storico d’acquisto (oltre alle eventuali rivalutazioni operate nel tempo) e le quote di ammortamento. Più precisamente, solo se la differenza fra prezzo di vendita e valore contabile è positiva si parla di plusvalenza, altrimenti si è di fronte ad una minusvalenza, che rientrerà nei costi determinanti;
g)      eccedenze risultanti dalla cessione di immobilizzazioni materiali: sono le plusvalenze legate alla vendita del patrimonio del club (fabbricati, terreni, attrezzature, ecc.). Di principio non sono considerate (con relativo nocumento del risultato relativo al fpf) se non in due casi:
1)      se l’immobilizzazione venduta, a patto che non sia né lo stadio né le strutture d’allenamento del club, sia stata rimpiazzata e solo per un importo pari alla differenza fra prezzo di vendita e costo storico d’acquisto;
2)      se l’immobilizzazione venduta è stata rimpiazzata, e solo per un importo pari alla differenza fra prezzo di vendita del bene “sostituito” e costo d’acquisto del bene “sostituto” oppure fra prezzo di vendita del bene “sostituito” e valore attualizzato di cinquanta annualità di affitto (minimo) per l’utilizzo del bene “sostituto”;
h)      ricavi finanziari: gli interessi derivanti dai titoli detenuti dal club.
Tuttavia, anche se eventualmente compresi nelle predette voci, devono comunque essere esclusi dai ricavi determinanti, operando gli opportuni aggiustamenti, le seguenti poste:
i)        crediti non monetari: operazioni di rivalutazione delle immobilizzazioni materiali ed immateriali, delle rimanenze finali, le riprese dei deprezzamenti o degli ammortamenti delle immobilizzazioni materiali (compresi i cartellini dei giocatori) ed i guadagni (o le perdite) dovute alle fluttuazioni dei tassi di cambio;
j)        ricavi provenienti da transazione colle parti legate superiori al valore di mercato: esempi sono la vendita di pacchetti d’ospitalità o il diritto ad accedere al cosiddetto “palco d’onore” o “tribuna vip” dello stadio, ed in generale tutte le operazioni dove beni o servizi sono forniti dal club alle parti legate. I ricavi di questo tipo non possono eccedere il valore normale, ovvero quanto si sarebbe ricavato se la stessa transazione fosse intervenuta fra il club ed una terza parte completamente estranea. Per cui il ricavo relativo sarà considerato pari al valore minore fra quello effettivo e quello di mercato;
k)      ricavi provenienti da operazioni non calcistiche non legate al club: i ricavi che siano esclusivamente e chiaramente senza alcun legame coll’attività, i locali ed il nome del club. Sono da considerare, ad esempio, ricavi determinanti anche quelli da attività che hanno avuto luogo nello stadio o nelle strutture d’allenamento del club, o nelle loro immediate vicinanze, o tutte le operazioni che deliberatamente sfruttano il nome del club. Il regolamento non lo precisa espressamente, ma si può pensare ai casi dei concerti tenuti negli stadi, appositamente affittati all’uopo dal club, o quando un’amministrazione locale paga un club affinché trascorra un periodo del precampionato nei suoi confini, sfruttando il nome del club stesso ai fini pubblicitari come attrazione turistica.

I costi determinanti, in prima analisi, sono analoghi ai ricavi della stessa natura, ad eccezione di quelli legati ad attività considerate meritorie dall’UEFA (settori giovanili, impegno sociale, costruzione di impianti sportivi) ed in quanto tali soggette all’agevolazione di non essere considerati come voce negativa nel calcolo del risultato economico. I costi determinanti sono pertanto i seguenti:
a)      costi di vendita/dei materiali: costi per l’equipaggiamento tecnico, le spese mediche, la ristorazione, ecc.;
b)      prestazioni a favore del personale: s’intendono tutti i dipendenti, non solo i calciatori ma anche gli amministratori, e vi sono inclusi non solo gli stipendi ma anche tutti i vantaggi non monetari (i benefit come l’auto sociale o le convenzioni per gli acquisti agevolati dei dipendenti) concessi anche dopo la scadenza del contratto, nonché le varie indennità di fine rapporto o i pagamenti tramite azioni proprie del club;
c)      costi di sfruttamento: dell’attività sportiva, vedi le spese legate all’organizzazione delle gare (tipo l’affitto dello stadio) ma anche tutte le spese legate alle operazioni non direttamente calcistiche (come tasse ed imposte varie);
d)      ammortamenti/perdite di valore relativi all’acquisto dei giocatori e perdite legate alla loro cessionegli ammortamenti sono la quota parte del costo d’acquisto totale del giocatore che grava su un singolo esercizio; le perdite di valore sono i deprezzamenti del costo d’acquisto ulteriori agli ammortamenti (si pensi ad un giocatore gravemente infortunato); le perdite legate alla cessione di giocatori sono leminusvalenze, per la cui spiegazione si rimanda alla voce plusvalenze dei ricavi determinanti;
e)      carichi finanziari e dividendi: oltre agli interessi per i vari prestiti, mutui o scoperti bancari, sono compresi anche i dividenti (quota parte dell’utile di esercizio) distribuiti ai soci, anche se la voce dovesse figurare (come per la contabilità italiana) nello stato patrimoniale. La cosa può sorprendere, ma non eccessivamente: l’UEFA vuole premiare quei club che riescono a “reggersi da soli”, ovvero capaci di generare utili da reinvestire nel club stesso (il cosiddetto autofinanziamento). Chiaramente se tali utili sono dati ai soci, non possono più essere investiti nell’attività sociale. Questo è un punto che, a titolo personale, è passato inosservato e che potrebbe creare più di un problema ai club quotati in borsa;
f)        spese provenienti da transazioni colle parti legate al clubcome per i relativi ricavi, i costi derivanti da queste operazioni sono considerati al maggior valore fra quello di mercato e quello effettivo.
Tuttavia, come per i ricavi, se eventualmente compresi nelle predette voci, devono essere escluse dai costi determinanti, operando gli opportuni aggiustamenti, le seguenti poste:
g)      spese relative allo sviluppo del settore giovanile: il club per godere di tale vantaggio deve però contabilizzare separatamente i costi del settore giovanile da tutti gli altri. Inoltre certe spese non rientrano a prescindere in tale agevolazione: per esempio, fra i costi determinanti vi saranno sempre le spese per il reclutamento, le commissioni pagate per il tesseramento dei giovani ai loro agenti o ad altro club ed i costi del personale impiegato solo parzialmente nel settore giovanile;
h)      spese relative alle attività di sviluppo della collettività: costi riguardanti le attività pubbliche miranti a promuovere la partecipazione allo sport e a favorire lo sviluppo sociale sostenute dal club. Si pensi a tutte le attività per la promozione dello sport, della salute, dell’integrazione sociale e l’uguaglianza, dello sport amatoriale o per la prevenzione dalla povertà, ma anche per la promozione dell’armonia religiosa o razziale e gli aiuti alle persone in difficoltà a causa dell’età, della salute o delle condizioni economiche. Come per il settore giovanile, è necessario che tali spese siano contabilizzate a parte mentre alcune sono a prescindere sempre considerate costi determinanti: oltre agli oneri generali non direttamente collegabili a tali attività, vi sono le spese del personale non ivi dedicato a tempo pieno;
i)        debiti/carichi non monetari: è la “controparte” dei ricavi determinanti, a cui si rimanda colle opportune modifiche;
j)        carichi finanziari direttamente attribuibili alla costruzione d’immobilizzazioni materiali: costi sui prestiti accesi per la costruzione del patrimonio del club, compreso lo stadio e gli impianti per l’allenamento. È facoltà del club chiederne l’esclusione dai costi determinanti, che comunque non sarà mai “piena”. Infatti, è possibile operarla solo finché la costruzione non s’è ultimata e per una somma pari alla differenza fra gli interessi reali (non capitalizzati) e i ricavi provenienti dall’utilizzo temporaneo della somma presa a prestito (e sulla quale sono calcolati gli interessi);
k)      spese provenienti da operazioni non calcistiche non legate al club: è la “controparte” dei ricavi determinanti, a cui si rimanda colle opportune modifiche.

Oltre a queste ultime voci, possono essere ugualmente esclusi dai costi determinanti: gli ammortamenti o i deprezzamenti delle immobilizzazioni materiali e di quelle immateriali diverse dal costo di acquisto dei giocatori, nonché gli oneri fiscali. Questi ultimi sono (potenzialmente) esclusi per non creare difformità di trattamento a causa del diverso carico fiscale dei vari Stati; tuttavia saranno sempre costi determinanti l’imposta sul valore aggiunto (IVA) e tutti gli oneri fiscali e sociali a favore dei dipendenti del club.

Chiusa così la breve illustrazione su cosa sia il fpf, e come e quando saranno giudicati i club ai fini della partecipazione alle competizioni UEFA, rimangono da descrivere le eccezioni, ovvero quei club che pur chiedendo l’iscrizione alle coppe europee, non passeranno sotto il vaglio del fpf. La prima riguarda i club dalla serie B in giù, e sempre a patto che per ottenere l’iscrizione al campionato di competenza siano richiesti dei requisiti meno stringenti che per la serie A, e rientra nella più generale eccezione per tali club, i quali sono, infatti, esentati dal chiedere il rilascio della Licenza UEFA (di cui il fpf, ricordo, è solo uno degli aspetti). La seconda eccezione riguarda i club che dimostrino come nei due esercizi precedenti (riprendendo il nostro esempio iniziale, quindi, nel 2012/13 e 2013/14) sia i ricavi determinanti sia i costi determinanti siano stati inferiori a €. 5.000.000, e sempre che l’UEFA non decida comunque di sottoporli al vaglio del fpf.

È tempo ormai dei commenti finali, sperando di essere stato abbastanza chiaro (ma c’è sempre spazio nei commenti per eventuali delucidazioni) e di aver dato una concreta mano a comprendere questa materia ancora poco conosciuta. È difficile oggi prevedere se il fair play finanziario riuscirà nell’intento di dare una “regolata contabile” ai club europei: sicuramente l’UEFA ha dato un segnale forte nello stabilire la sua entrata in vigore a stretto giro di posta (si hanno solo tre stagioni colla presente per mettersi in regola), anche se le numerose eccezioni e il non aver comunque previsto una automatica esclusione dalle coppe a chi non rientra in tali parametri fanno intuire che almeno per i primi periodi di applicazione vi saranno molte “iscrizioni con riserva”, ovvero legate ad impegni futuri di concreto risanamento dei conti, anche se dopo l’ultima sessione di mercato la stessa confederazione europea, di fronte alle vertiginose cifre comunque ancora spese, ha già preannunciato di voler agire con ben poca flessibilità.