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lunedì, dicembre 27, 2010

Amarcord - Emozioni del passato (3): Stefano Baldini oro ad Atene 2004

La prima pagina della Gazzetta - 30/08/04
Rispetto alle precedenti puntate (vedi), il favoloso trionfo di Stefano Baldini alle Olimpiadi di Atene 2004 è più recente, ma destinato a restare per sempre nella storia dello sport. L'impresa compiuta dall'atleta reggiano, infatti, è di quelle che ti proiettano nella leggenda. Vincere la maratona olimpica negli stessi luoghi in cui la competizione è nata nel 490 a.c. (o almeno questo narra la leggenda...), è qualcosa di impagabile. Così come rimarrà indelebile nella mente di tutti gli sportivi la premiazione allo stadio olimpico nel corso della cerimonia di chiusura, con l'inno italiano suonato in mondovisione (cosa accaduta anche a Torino 2006 grazie a Giorgio Di Centa, oro nella 50km conclusiva).
Una gara in cui ci fu spazio anche per l'incredibile fuori-programma del fanatico irlandese che entrò in strada e bloccò il povero brasiliano Vanderlei Lima. Nell'articolo di Fabio Monti, inviato del Corriere della Sera, il racconto della Maratona che, 16 anni dopo Gelindo Bordin a Seul, regalò all'Italia il secondo oro in una delle gare più prestigiose dei Giochi:


"Il primo e l' ultimo. Paolo Bettini aveva aperto la caccia all' oro, con il titolo di ciclismo su strada; Stefano Baldini l' ha chiusa con un' impresa che esce dalla storia ed entra nella leggenda. Perché vincere la maratona, l' ultima delle 301 gare dei Giochi di Atene, sulle strade dove è nata nel 490 a.C. e dove è stata ricreata, 108 anni fa, quando Spiridon Louis inaugurò l' Albo d' oro di Olimpia, è un' emozione che vale una vita. Baldini ha costruito il suo trionfo nello stadio di marmo, a forma di U, con un capolavoro di intelligenza tattica e con una condizione fisica perfetta. Ha accettato i rischi di un avvio lento; non si è lasciato ingannare dalla fuga del brasiliano Vanderlei de Lima, un bel campione; ha operato la selezione sugli uomini che contano, prima accodandosi all' attacco del marocchino Gharib, poi decidendo di attaccare, per sgretolare il gruppo. La svolta definitiva è arrivata dopo un' ora e cinquanta minuti di corsa, con il brasiliano sempre in fuga, ma già in crisi, tant' è che il suo vantaggio era sceso da 42' ' a 25' ' nello spazio di quattro chilometri: sotto le accelerazioni di Baldini, prodigioso nei suoi attacchi, Paul Tergat, il primatista del mondo, il grande favorito, l' uomo che aveva lasciato i 10 mila per vincere finalmente un oro olimpico dopo un' orgia di argento, ha ceduto di schianto (al traguardo sarà soltanto decimo, preceduto da un altro azzurro, Alberico Di Cecco). Nello sviluppo della corsa, l' intervento dell' invasore folle, una pessima pagina per chi ha organizzato la maratona olimpica, ha avuto un ruolo marginale, perché Baldini aveva già cambiato marcia (quando si riesce a correre a 2' 54' ' al chilometro nessuno può sopravvivere), al punto da staccare anche l' ultimo dei coraggiosi che aveva provato a resistere al suo ritmo forsennato: lo statunitense, di origine eritrea, Keflezighi. Così Baldini è andato a prendere anche de Lima, ormai in riserva ed è volato al traguardo, con il passo di chi non teme più nulla. Così a 33 anni, compiuti il 25 maggio, Baldini ha trovato quello che per una vita ha inseguito: dopo il titolo europeo del ' 98 e due medaglie di bronzo al Mondiale (2001 e 2003, Edmonton e Parigi), dopo il ritiro di Sydney 2000, una ferita rimasta aperta quattro anni, ha trovato l' oro sul bitume nero del Panathinaiko. Il valore di un maratoneta lo si vede all' Olimpiade, al Mondiale, all' Europeo, non solo nei tempi che si possono fare in situazioni particolari. È nella battaglia che si fanno i ranking e Baldini ha sempre dimostrato di esserci, mentre altri più quotati gettano la spugna. In questo senso, la vittoria di Baldini a braccia alzate è un' emozione enorme, non una sorpresa. Ma il successo di questo maratoneta è anche quello del suo maestro, Luciano Gigliotti, il guru della maratona, che ha festeggiato i settant' anni, regalandosi il secondo oro olimpico della sua straordinaria carriera, dopo quello di Gelindo Bordin nell' 88. Lui aveva plasmato l' uomo di Seul, lui ha costruito e fatto esplodere il corridore che Atene ha salutato per le strade come un eroe. Gigliotti, già maestro di Lambruschini e Maria Guida, è uno di quegli uomini malati di atletica, che all' atletica dedicano la loro vita, anche se nel suo passato c' è stato pure il rugby. Sabato, nella lunghe ore della vigilia, aveva chiesto a Baldini «un' impresa da fuoriclasse». È stato ripagato e ha raccontato così la sua serata: «Ero preparato a questa vittoria, perché nell' ultimo mese avevo rivissuto le sensazioni dell' 88 con Bordin. Un mese fa ho capito che Stefano ce l' avrebbe fatta; andava troppo forte, per non vincere questa maratona. E poi l' 11 agosto, Baldini ha vinto l' Amatrice-Configno, la stessa gara su strada di otto chilometri e mezzo, che Bordin aveva fatto sua prima di Seul. Più mi avvicinavo a questa data e più vedevo coincidenze incredibili con il passato. Questo è il risultato di anni di lavoro, di fede e di passione». Gigliotti, preoccupato per il passaggio troppo lento nel primo quarto di gara, ha capito che Baldini aveva vinto «quando ha cambiato marcia perché è stato capace di correre a ritmi che poche altre volte ho visto in un' Olimpiade. Mi spiace che quell' imbecille abbia cercato di rovinare tutto, ma nessuno in un giorno così avrebbe saputo resistergli. D' altronde Stefano era troppo forte e troppo cresciuto, il telaio è sempre lo stesso, ma abbiamo cambiato la centralina della macchina con qualcosa in più. E si è aggiunto al carattere di un uomo maturo; sapeva che era l' occasione della vita e in allenamento c' era un Baldini rabbioso, con un' infinita voglia di rivincita». Quanti chilometri ci sono dietro a un oro nella maratona? «Stefano è diverso da Bordin. Gelindo era un resistente, lui è un veloce. Gelindo faceva 280 chilometri a settimana, Stefano non supera mai i 230 chilometri». Un genio della corsa, non più un faticatore".

Ed ecco il video con il riassunto della Maratona di Atene 2004 tratto dalla diretta Rai (commento di Franco Bragagna).



mercoledì, dicembre 22, 2010

Amarcord - Emozioni del passato (2): l'oro di Jury Chechi ad Atlanta '96

Terzo appuntamento con Amarcord. Ci sono moltissime imprese sportive del passato più o meno recente che meritano di essere ricordate attraverso le righe delle più prestigiose firme del giornalismo italiano e i filmati un po' sgranati del'epoca. In questo periodo natalizio, avaro di grande sport (Premier League e Nba a parte), pubblicherò il maggior numero possibile di post sul tema.

Quest'oggi spazio ad uno dei più grandi atleti italiani di tutti i tempi, Jury Chechi. Il fuoriclasse della ginnastica artistica azzurra, il più grande interprete nella storia degli anelli, vince un indimenticabile oro alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Un successo frutto della classe e della determinazione, nato quel maledetto giorno alla vigilia delle Olimpiadi di Barcellona '92 quando il tallone d'achille andò in frantumi e con lui il sogno a cinque cerchi del pratese. 9.837, un punteggio altissimo che proietta Chechi nella storia dello sport azzurro.

Ecco come Vittorio Zucconi descrive in un meraviglioso articolo la medaglia d'oro di Chechi (Repubblica del 30 luglio 1996):

Il supplizio di Jury comincia con uno sguardo alla forca, con un'occhiatina straziante che il condannato lancia ai due nodi scorsoi che lo aspettano lassù, davanti a una platea di sadici e "tricoteuses" paganti che gli gridano forza, dai, muori ancora una volta per noi, su, fai il bravo. Il condannato deve sentire una voglia improvvisa di fuggire, di baciare la sua ragazza al mare, di dormire sotto un abete in montagna, ma il boia Franceschetti, il suo preparatore, gli bisbiglia un'ultima parola di conforto e lo solleva leggero, per la vita, verso il patibolo alto due metri e 50, fatti coraggio figliolo. Il condannato ormai appeso agli anelli si contorce in un ultimo spasmo per assestarsi e poi con una smorfia si abbandona finalmente alla sua condanna. Sbuffa, ma non respira più. Fissa, ma gli occhi non vedono più.
Il volo della rondine per i prossimi 56 secondi, morirà sugli attrezzi della sua tortura, nell'agonia del diaframma compresso che gli impedisce di respirare, nel tremore incontrollabile dei muscoli che si ribellano a uno sforzo impossibile, nel terrore che questa volta non ce la farà e resterà appeso per sempre, inchiodato in quella eterna posizione di croce alle quale devono essere condannati i ginnasti cattivi che vanno all'inferno. E invece riesce a scendere dalla forca, a sciogliersi dai cappi, a volare e a cadere perfettamente sui due piedi, dunque a vivere. I ginnasti non vincono, dopo un esercizio agli anelli, rinascono.
Spero che possiedate un videoregistratore e che abbiate registrato i 56 secondi dell'esercizio agli anelli che ha dato a Jury Aleksej Dimitri Chechi, rosso di Prato, e all'Italia, la medaglia d'oro più classica e più rara per noi, quella di una specialità nobile come la ginnastica. Prendete il telecomando e pigiate sui bottoncini della "slow motion", del fotogramma per fotogramma, e osservate tremore per tremore che cos'è lo sforzo di un campione olimpico. Guardatelo mentre sistema con rabbia, con odio, le mani e i polsi negli anelli per trovare la posizione giusta, in una nuvola di carbonato di magnesio, la polvere che usano i ginnasti. Poi seguite la lenta impennata verso la prima verticale, nella fatica di essere perfetti, le gambe ritte e perfettamente equidistanti dai due canapi che reggono gli anelli, mentre giù in fondo la faccia di Jury diventa una maschera rossa, rossi i capelli, rosse le guance, rossi anche gli occhi per il sangue che defluisce e che gli pulsa in testa.
Nella prima verticale le gambe sembrano tremare un poco, i piedi giunti in alto paiono pencolare un filino verso il canapo di destra, quanto basta a separare un oro da un quinto posto, in una disciplina di torturatori e di suppliziati come la ginnastica. Ecco, adesso cede, adesso molla. E' finito il sogno per il rosso di Prato, per questo giovane di 27 anni che i giornali assetati di frasi fatte hanno già ribattezzato il "signore degli anelli", che persino la televisione americana, indifferente ormai a qualunque atleta che non sia di apparente sesso femminile e nata nei 50 Stati Uniti, ha ammirato con qualche stupore.
Nessun "italian boy" può reggere a questi sforzi, alla disciplina infernale di un ginnasta, alla sofferenza di perdere un'Olimpiade (Barcellona) per un tallone d'Achille saltato per tornare al fronte 4 anni dopo. Noi siamo l'armata sagapò, il popolo degli spaghettari cialtroni e intonati, i buffoni del calcio che si fanno eliminare dal Ghana, non le creature fatte di filo di ferro che vincono le medaglie ginniche. Ma i fotogrammi del videoregistratore non mentono. Jury esce dalla prima verticale, volteggia, lancia la seconda, perfetta, poi si allunga nella posizione detta "a rondine" , le braccia raccolte sul torso, le gambe puntate all'indietro parallele al suolo, che avrebbe fatto piangere di invidia Torquemada.
Il pubblico dei sadici grida, grida la Comaneci, che è venuta ad applaudire Jury, urla come un pazzo Bucci, il compagno di squadra, che si è avvolto una bandiera italiana come un turbante sikh attorno alla testa, grida persino Charles Barkley, il signore che preferisce usare gli anelli per buttarci un pallone da basket dentro. Ma Jury trema. Quando si abbassa e poi si estende nella posizione della croce, da lontano sembra un piccolo falco rosso sospeso pigramente a mezz'aria, sostenuto da una corrente d'aria amica. Ma da vicino le vene delle tempie esplodono, le mandibole sono strette, la punta del mento trema.
Ma perchè si chiama Jury? domanda un telecronista americano, è un russo naturalizzato italiano? No, gli risponde l'esperto, è figlio di un italiano che ammirava Jury Gagarin. Meno male che si ferma lì, che non sa che il padre ammirava molto più di Gagarin, ma tutta l'Unione Sovietica, e chiamò anche la sorella di Jury con un nome russo, Tanja. Adesso il padre, Leo (come Tolstoj) è consigliere comunale del Pds a Prato, e i Chechi hanno il rosso nel sangue oltre che nei capelli, da quando i nonni, i vecchi lavoravano sui Monti Metalliferi della Toscana a scavare lignite, tra Grosseto e Siena. E chissà quanto ancora si scandalizzerebbero gli americani che allevano le loro pollastrine da ginnastica a crusca e latte di soia, se sapessero che quel cristo italiano inchiodato in una perfetta crocefissione va avanti a terrine piene di dolce Tiramisù.
E invece secondo per secondo, tremore per tremore, la vendetta del Tiramisù si consuma sul patibolo di Atlanta. L'angelo è perfetto. La rondine vola. Le verticali sono spade contro i riflettori del Georgia Dome, lo stadio coperto. Manca soltanto il volteggio finale, il giro della morte, l'ultima agonia. Jury si divincola dai cappi, "ruzzola" in aria come avrebbero detto i nonni toscani, i suoi 161 centimetri di altezza per 59 chili Tiramisù compreso si raggomitolano in una pallina che si dipana soltanto un istante prima dell'atterraggio, a gambe lievemente dischiuse, per avere più base. Fermate il video qui, a 55 secondi e mezzo, a 50 centimetri dal materassino, e lasciamo Jury sospeso ancora per un attimo, tra la vita e la morte del ginnasta.
In quei cinquanta centimetri si sta giocando tutto. Quattordici anni di allenamenti strazianti, di mattine gelide nelle palestre di Varese dove oggi vive, di interventi chirurgici, di gambaletti di gesso, di volteggi e croci e rondini e torture ripetute dieci volte al giorno, per almeno 30 mila volte, stanno chiusi in questi 50 centimetri fra le sue scarpe e il suolo. Se le scarpe resteranno incollate, è oro. Se gli scapperà un passetto, un saltello, dieci centesimi di punti in meno, niente oro. Si incollano. Le scarpe si schiantano sul materassino, le gambe di piegano e tremano per l'ultima volta funzionando da ammortizzatori, la schiena si raddrizza, le braccia si alzano verso il pubblico che applaude, grida Jury Jury, impazzisce nella felicità di avere visto un altro Lazzaro uscire dal suo sepolcro sportivo.
Il piccolo miracolo dello sport si è ripetuto. Alle sue spalle, i due cappi dondolano adesso pazienti e un po' delusi. Ci sarà presto un'altra vittima per loro. Ma non Jury, non questa sera.
Ed ecco invece il video dell'esercizio di Chechi tratto dalla diretta Rai. Commento di Andrea Fusco

martedì, dicembre 21, 2010

Champions League 2010-2011 - ottavi di finale: date, analisi e commento

Con qualche giorno di ritardo rispetto al sorteggio avvenuto venerdì scorso, ecco il consueto commento (con percentuali) sugli ottavi di finale della Champions League 2010/2011. Tra parentesi anche le date in cui si disputerà il doppio confronto (l'andata si disputerà nell'ordine sotto riportato). Una prima considerazione generale riguarda il troppo ottimismo con cui società e media hanno accolto il sorteggio delle italiane. Probabilmente le lezioni subite nelle ultime stagioni non sono servite. Le valutazioni sotto riportate, come sempre, andranno poi rivalutate  tenendo conto dello stato di forma in cui arriveranno le squadre a febbraio-marzo.

VALENCIA-SCHALKE 04 (15 febbraio-9 marzo): sulla carta sfida molto equilibrata. Il Valencia sta facendo un discreto campionato e in Champions ha dato del filo da torcere al Manchester United. Ha diversi giocatori di talento e una buona organizzazione complessiva (terzo anno di Unai Emery). Lo Schalke è squadra imprevedibile. In campionato ha avuto un avvio da dimenticare, ma ora si sta riprendendo. La coppia Raul-Huntelaar comincia a girare e lo spagnolo punta ad isolarsi nuovamente in testa alla classifica dei goleador europei. Valencia che si fa leggermente preferire, ma Felix Magath la sa lunga. 
VALENCIA 60% - SCHALKE 04 40%

MILAN-TOTTENHAM (15 febbraio-9 marzo): troppo entusiasmo. Questa la mia sensazione dopo aver letto e sentito i commenti sul sorteggio capitato ai rossoneri. Certo, potevano capitare Barcellona, Chelsea o Manchester United, ma il Tottenham è una signora squadra, con diversi giocatori di livello internazionale (non solo Bale, anche Lennon, Modric, Defoe, Pavlyuchenko, ecc.) e una rosa molto ampia. Probabilmente resta ancora la squadra "più inglese tra le inglesi", vale a dire fortissima a Withe Hart Lane, titubante in trasferta. Il Milan nel girone ha dimostrato di dover crescere ancora in ambito europeo. Partita molto più aperta di quanto si vada dicendo. Rossoneri favoriti, ma sul filo.
MILAN 55% - TOTTENHAM 45%

ROMA -SHAKTHAR DONETSK (16 febbraio-8 marzo): doppio confronto molto aperto. Il cammino europeo della Roma è stato sin qui piuttosto balbettante. Lo Shakthar, invece, approdato per la prima volta all'agognato traguardo degli ottavi, ha vinto il proprio girone davanti all'Arsenal. Solo questo basterebbe a far capire le potenzialità della squadra di Lucescu, infarcita di talenti verdeoro. Da verificare la condizione degli ucraini dopo la sosta invernale. Pronostico apertissimo. ROMA 50% - SHAKTHAR 50%

Fabregas vs Messi in Arsenal-Barcellona 2-2 del 2010
ARSENAL-BARCELLONA (16 febbraio-8 marzo): rivincita dei quarti di finale dello scorso anno, potrei fare copia incolla dei commenti già espressi sull'Arsenal su questo blog. A mio modo di vedere il pur bravo Arsene Wenger dovrebbe cambiare impostazione al suo mercato. I Gunners sono potenzialmente una super squadra (centrocampo trai primissimi d'Europa per qualità e numero di giocatori). Il problema è che il tecnico alsaziano, negli anni, non ha acquistato né un portiere degno di questo nome, né un difensore centrale di grande livello (contingenze economiche a parte, per fare un esempio, l'ottimo Bruno Alves è finito allo Zenit mentre Wenger si è fossilizzato sull'ennesimo francese, il discreto Koscielny). Il Barcellona non ha bisogno di ulteriori approfondimenti e con Villa sembra ancora più completo dello scorso anno. Blaugrana ampiamente favoriti, anche se l'Arsenal può creare qualche problema, specialmente nel match d'andata.
ARSENAL 30%-BARCELLONA 70%

COPENAGHEN-CHELSEA (22 febbraio-16 marzo): a differenza di un anno fa, l'urna di Nyon questa volta è stata benevola nei confronti di Ancelotti & Co. Il Copenaghen ha meritatamente passato il girone, giocando un calcio organizzato e veloce, non sfigurando nemmeno al cospetto del grande Barcellona. Il Chelsea, sensazione, arriverà molto più in forma dello scorso anno all'appuntamento con la Champions. Non sarà una passeggiata, ma il divario tecnico è troppo evidente. CHELSEA 90% - COPENAGHEN 10%

LIONE-REAL MADRID (22 febbraio-16 marzo): riuscirà il Real Madrid a superare l'invalicabile soglia degli ottavi di finale? Mourinho è stato preso proprio per riportare il Real tra le protagoniste d'Europa e la sfida col Lione rappresenta una grande possibilità di riscatto dopo l'eliminazione dello scorso anno. Il Lione di questa stagione è piuttosto indecifrabile, ma nel complesso è squadra valida sia a livello tecnico che fisico. Il Real, però, se riuscirà a superare il blocco mentale degli ottavi, appare favorito, per qualità complessiva e per il record casalingo straordinario delle squadre di Mou. Dovrebbe rientrare Kakà, arma importante nel gioco del tecnico portoghese. REAL MADRID 65% - LIONE 35%

MARSIGLIA-MANCHESTER UNITED (23 febbraio-15 marzo): il Marsiglia di Deschamps non è squadra facile da affrontare, ma la caratura complessiva del Manchester United è ampiamente superiore. I Red Devils non hanno disputato un girone memorabile, ma per febbraio/marzo sperano di recuperare pienamente Rooney. Bilancia che pende decisamente dalla parte del ManU.
MARSIGLIA 30% - MANCHESTER UNITED 70%

INTER-BAYERN MONACO (23 febbraio-15 marzo): difficile fare una previsione su questo doppio confronto, soprattutto perché non si sa con quale volto le due squadre si presenteranno a febbraio/marzo. L'Inter dovrebbe cambiare allenatore durante la pausa natalizia e in più potrebbe acquistare qualche giocatore. Il Bayern, con ogni probabilità, si rinforzerà con l'arrivo di un paio di elementi. Ad ogni modo, i bavaresi sembrano più competitivi di un'Inter vittima dei consueti isterismi. Un elemento che fa pendere la bilancia dalla parte tedesca è il rientro ormai prossimo di Arjen Robben, stratosferico nella Champions 2009/2010.
Mai come per questa sfida, comunque, vale il discorso sul "in che condizioni arriverannno a febbraio/marzo...".
INTER 45% - BAYERN 55%

Amarcord - Emozioni del passato (1): l'oro del Settebello a Barcellona '92 (Italia-Spagna 9-8 dopo 6 supplementari)

Dopo il leggendario oro della staffetta azzurra del fondo a Lillehammer '94 (vedi), il secondo appuntamento con Amarcord riguarda un'altra impresa epica (le iperboli in questi casi sono più che giustificate) dello sport azzurro.
Sto parlando della medaglia d'oro conquistata dalla squadra azzurra di pallanuoto maschile alle Olimpiadi di Barcellona 1992. La finale contro la Spagna rappresenta una delle pagine più straordinarie dello sport nazionale. Piscina Picornell (Montjuic) gremita. In tribuna anche il Re Juan Carlos. La partita, tra tensione, giocate straordinarie, inevitabili decisioni arbitrali a favore della squadra di casa, viaggia su un sottile equilibrio. Si va ai supplementari. Ne servono addirittura 6 per assegnare l'oro. 9-8 per gli azzurri. L'Italia è campione olimpica grazie al gol di Gandolfi. Trionfo, storia, leggenda. Ecco come Roberto Perrone racconta la partita sul Corriere della Sera del giorno dopo:

 Barcellona, 9 agosto 1992. Marco D' Altrui sta cercando un telefono. Deve avvisare suo padre Geppino che in famiglia c' e' un' altra medaglia d' oro olimpica. Geppino D' Altrui (oro a Roma ' 60) lo sa gia' , anche se gli fara' piacere ascoltarlo dalla voce di suo figlio: sara' stato divorato dalla tensione davanti alla tv, come noi tutti lo siamo stati sulle tribune, ultras inaspettati e improvvisati al cospetto del re in questo momento fantastico. L' Italia e' campione olimpico di pallanuoto, ha regalato notti insonni alla favorita Spagna (9.8) grazie a una squadra che ha trasformato la sofferenza di due anni d' allenamenti nell' oro della pallanuoto, come a Londra, come a Roma. Tredici ragazzi e Ratko Rudic un allenatore che, purtroppo per altri sport che ne avrebbero bisogno, pensa solo alla pallanuoto e a sua figlia Martina che sta a Belgrado. Italia d' oro, non c' e' decoro nell' arbitraggio, c' e' la solita tremenda cattiveria di chi favorisce la squadra di casa, di chi sbaglia spesso, forse per servilismo, forse per condizionamento, forse per paura. E' una condanna che la pallanuoto si porta dietro, ma ci puo' anche stare, perche' i signori Alfred Carel Van Dorp ed Eugenio Martinez possono favorire qualsiasi squadra, ma non costringere alla resa chi ha nel cuore e nei muscoli la volonta' di vincere. Eraldo Pizzo lo ha sempre detto: "Non ho mai visto un arbitro far perdere la squadra piu' forte". E' stato cosi' anche qui, Dragan Matutinovic, c.t. croato della Spagna, abbassa gli occhi, due anni di promesse naufragano a 32" dalla fine, come prima si e' disperso Manuel Estiarte, l' ultimo romantico che, quando gioca contro i nostri, viene sempre cancellato. Dopo quattro tempi regolamentari (1.0, 3.2, 2.3, 2.1), sei tempi supplementari (0.0, 1.1, 0.0, 0.0, 0.0, 1.0), due ore di gioco con i fantasmi di Madrid 1986 (11.10 ai mondiali per la Jugoslavia dopo otto tempi supplementari, gol di Milanovic a 3" dalla fine), l' espulsione definitiva di Fiorillo, un rigore concesso a Manuel Estiarte a 42" dalla fine del secondo supplementare, la grande calma insegnata da Rudic si concretizza al momento piu' importante: Massimiliano Ferretti passa un pallone d' oro a Nando Gandolfi smarcatosi sotto porta. Il suo tiro e' vincente, non c' e' spazio per la rimonta spagnola. Arriviamo a questo punto dopo una grande partita che il Settebello domina dall' inizio con la solita grande difesa e il solito grande Attolico. L' Italia sta sopra due volte con tre gol di scarto: 4.1 (3' 49" del secondo tempo) e 6.3 (4' 59" del terzo). I ragazzi sono bravissimi ad annullare le superiorita' degli avversari (3 su 16 i gol, contro 2 su 8 per gli azzurri, esattamente la meta' ), a sorvolare sulla tensione che porta all' espulsione del consigliere tecnico Pomilio e a una rissa tra il secondo e terzo supplementare su cui adesso sorvolano tutti. Il Settebello passa attraverso mille piccole torture. Gli arbitri aiutano la Spagna in due occasioni fondamentali, la risollevano nel terzo tempo regolamentare e le concedono un rigore nel secondo supplementare. Ma la maratona nasce da un gol di Oca a 37" dalla fine del quarto tempo, proprio quando sta per scadere il tempo concesso alla Spagna, e li' gli arbitri non c' entrano, c' e' stata una distrazione. A dimostrazione che nella pallanuoto vince il piu' forte i ragazzi di Rudic arrivano: "Abbiamo dimostrato di non essere un' Italietta" commenta Mario Fiorillo che con un grandissimo Campagna regge la squadra nei momenti importanti. Ma e' dal sacrificio di Massimiliano Ferretti, questo gigante ribelle, che arrivano i due gol partita: quello che pareggia il rigore di Estiarte a 20" dalla sirena del secondo supplementare, e' suo il passaggio a Gandolfi per la rete del trionfo mentre la rimonta Spagnola si spegne su un palo. Le polemiche sprofondano sotto tredici medaglie d' oro. Mario Fiorillo, capitano del settebello, non parla degli arbitri. Sandro Campagna invece non si trattiene: "Abbiamo vinto contro gli arbitri e con il contropiede, potevamo fare solo quello perche' non ci fischiavano piu' un fallo in attacco". Ma di questi fischi e di quelli del pubblico non c' e' traccia mentre sale la bandiera italiana. C' e' una grande gioia, la stessa che Marco e Geppino si saranno raccontati al telefono.

Ecco il video di quella meravigliosa, irripetibile partita:

mercoledì, dicembre 15, 2010

Jon Olsson, lo sciatore totale: tra Freestyle, Sci Alpino e... Lamborghini di Mattia Boato

Un'evoluzione di Jon Olsson
Pubblico ora con grande piacere un pezzo dell'amico Mattia Boato, maestro di sci, uno dei principali collaboratori della redazione "olimpica" di Sky Sport alle ultime Olimpiadi di Vancouver. Un grazie a Mattia per questo bellissimo articolo che traccia il profilo di un personaggio straordinario, non molto conosciuto dal grande pubblico.

Dopo il calcio totale ecco lo sci totale. Jon Olsson, svedese classe 1982 è da anni uno dei freestyler più forti al mondo, vincitore di 9 medaglie ai Winter X-Games, è lo Shaun White dello sci freestyle. Uno degli eventi freestyle più prestigiosi porta il suo nome, il Jon Olsson Invitational, un po' come se Federer o Nadal avessero il proprio torneo ad inviti. Forse stanco di primeggiare in uno sport che pratica fin da giovanissimo, forse per stabilire un nuovo record, oppure solo per inseguire il sogno olimpico (le discipline praticate da Olsson non sono discipline olimpiche),  decise nel 2008 di ricominciare a fare qualche gara di sci alpino. Come tutti i giovani di un certo livello anche Olsson aveva partecipato alle gare FIS quand'era in “età sci club” salvo poi smettere, come molti fanno, e dedicarsi solamente al freestyle. Prima le FIS di basso livello poi campionati nazionali, qualche gara di Coppa Europa o Coppa Nord Americana. Olsson andava forte, poteva così abbassare sempre più il pettorale di partenza, nell'estate 2010 si trasferisce nell'emisfero sud e partecipa ad alcune gare in Australia e Nuova Zelanda, abbassa ulteriormente il suo punteggio, infine si inserisce tra i primi 5 gigantisti svedesi: è pronto per il debutto mondiale.

Val d'Isere 2010, Francia, gigante maschile valevole per la Coppa del Mondo
Quando ormai le televisioni hanno già chiuso i collegamenti della prima manche si presenta al cancelletto uno svedese con il pettorale 53 al suo debutto in CdM. Fin dalle prime porte si nota uno stile diverso dal solito, quasi antico, non è estremo come Ligety non è tecnico come Blardone né potente quanto Svindal. Non si inquadra in nessun stile in particolare e sembra quasi non avere stile ma all'ultimo intermedio è 27esimo, se la gara finisse qui sarebbe qualificato per la seconda manche. A sette porte dal traguardo arriva l'errore, Olsson è fuori. Dovrà aspettare ancora per prendere i suoi primi punti in CdM, nonostante ciò è come se avesse gia vinto, è 3^ nel ranking FIS per quanto riguarda la Svezia, il suo obiettivo è quello di guadagnarsi un posto fisso nella squadra di sci alpino ed andare alle Olimpiadi di Sochi 2014.
Siamo davanti ad un talento straordinario, probabilmente il migliore mai visto, forse meglio di Tomba, Zurbriggen, Miller, sicuramente più completo, certamente unico. Non arriverà a vincere nessuna gara in Coppa del Mondo,  ma essere lì a pochi centesimi dai primi dopo soli 3 anni di gavetta è un risultato che non si è mai visto prima. Ci sono nel mondo migliaia di ragazzini che smettono di andare a scuola e iniziano fin da giovanissimi ad allenarsi duro, durissimo per arrivare dove Jon è oggi. In pochi ci riescono, ogni anno gli esordienti li contiamo sulla punta delle dita e Olsson è lì, è uno di loro. Jon Olsson è lo sci moderno, è lo sci totale, ha sicuramente doti fisiche e atletiche fuori dal comune che unite ad una grandissima forza di volontà e ad alcuni sponsor molto generosi hanno creato un mix vincente.

Una delle Lamborghini di Jon Olsson
SPORT-MARKETING: Jon Olsson non è solo il prototipo dello sciatore moderno, ma dello sportivo tout court. Rappresenta un caso di scuola di sport-marketing. Ha il proprio logo sugli sci di gara, la Head produce in serie gli sci "Jon Olsson Pro Model", fino a pochi mesi fa girava in Lamborghini Murcielago e Galliardo.
Volete sapere perché uno svedese che non si qualifica nemmeno per la seconda manche abbia automobili Lamborghini tra i propri sponsor e uno come Max Blardone con 20 podi in carriera non abbia  nemmeno uno sponsor sul casco? La risposta è in questo sito:
http://www.jon-olsson.com

Mattia Boato 


giovedì, dicembre 09, 2010

Champions League 2012-2015: accordo Sky-Mediaset per i diritti televisivi

AGGIORNAMENTO AL 06/07/2012: ACCORDO SKY-MEDIASET PREMIUM PER CHAMPIONS LEAGUE ed EUROPA LEAGUE: Dopo molte voci e indiscrezioni, Sky e Mediaset Premium hanno raggiunto l'accordo per lo scambio dei diritti televisivi di Champions League ed Europa League per le stagioni 2012-2013 e 2013-2014. Uno scambio che soddisfa entrambi i network e che, soprattutto, favorisce gli appassionati-abbonati che potranno gustarsi lo spettacolo delle coppe europee indipendentemente dalla Pay-Tv prescelta.

CHAMPIONS LEAGUE - Fino a ieri Sky deteneva in esclusiva i diritti per il triennio 2012-2015 di 128 match della Champions League, con Mediaset che manteneva invece la sola esclusiva per il match del mercoledì (in chiaro). Dal canto suo Mediaset Premium poteva contare sull'esclusiva assoluta dell'Europa League dove, quest'anno, saranno impegnate tre squadre italiane di grande richiamo (Napoli, Lazio e Inter).
Con l'accordo raggiunto in data odierna, Sky sub-cede i diritti della Champions League per le prossime due stagioni sportive (2012-2013 e 2013-2014) a Mediaset Premium che trasmetterà così tutti i match della massima competizione continentale. Dall'altra parte Mediaset sub-cede l'esclusiva del match del mercoledì sera, consentendo anche a Sky di trasmettere tutti gli incontri della Champions League per le prossime due annate.

EUROPA LEAGUE - Con l'accordo raggiunto, Sky, per la prima volta nella sua storia, trasmetterà l'Europa League (sempre per le stagioni 2012-2013 e 2013-2014). Un bel colpo per la Tv di Murdoch che, in questo modo, completa un'offerta notevolissima, con Seria A, Serie B, Premier League, Liga, Champions League ed Europa League (senza considerare i diritti degli altri sport...).


In questo modo, sia gli abbonati di Sky che quelli di Mediaset Premium avranno la possibilità di vedere tutti i match della Champions League e dell'Europa League per le prossime due stagioni sportive. In particolare, entrambi i network trasmetteranno in diretta tutti i match in cui saranno impegnate le italiane (non è infatti del tutto corretto dire che saranno trasmesse tutte le partite delle due competizioni in diretta, visto che Mediaset non ha un numero sufficiente di canali per fare ciò e già negli anni passati trasmetteva in differita alcuni match della fase a gironi di Champions, oltre che di Europa League; allo stesso modo Sky difficilmente, vista la mole, riuscirà a trasmettere in diretta tutti gli incontri della prima fase di Europa League).


ARTICOLO DEL DICEMBRE 2010 - Le edizioni della Champions League 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015 saranno trasmesse in esclusiva da Sky. La Tv di Murdoch ha acquisito i diritti in esclusiva, annunciando che: "Al termine del bando di gara  indetto dalla Uefa in Italia tramite l'agenzia Team, che offriva i pacchetti della UEFA Champions League in conformità con le procedure utilizzate negli altri mercati europei, Sky Italia si è aggiudicata i diritti televisivi della Champions League per le stagioni 2012-2013, 2013-2014 e 2014-2015. In base a questo accordo, Sky ha acquisito i diritti televisivi delle partite in diretta di due pacchetti esclusivi della Champions League e i diritti televisivi non esclusivi degli highlights"
Sky pertanto ha acquisito non solo i diritti per il satellite, ma anche per il digitale terrestre. Qui la situazione si complica, considerando che Sky può trasmettere (almeno per il momento) con delle forti limitazioni su quest'ultima piattaforma. La questione risale allo "sbarco" di Murdoch sul mercato italiano nel 2003. Con la fusione Stream-Tele+, infatti, Sky si trovò in situazione di monopolio nell'offerta pay-Tv satellitare, cosa contraria ai prinicipi comunitari. L'Ue concesse il via libera, ma con il divieto decennale di approdo sul digitale terrestre. Questa limitazione è stata temperata nel corso degli anni (Sky è presente con il canale Cielo) e lo scorso luglio la Commissione Ue ha concesso alla Tv di Murdoch la possibilità di operare in ambito digitale terrestre già a partire da quest'anno.
La replica di Mediaset, ovviamente, non si è fatta attendere. Ecco il comunicato in risposta alla notizia dell'acquisizione da parte di Sky dei diritti esclusivi della Champions League 2012-2015: "Mediaset prende atto che, ancora una volta, Sky ha abusato della propria posizione dominante accaparrandosi tutti i diritti televisivi pay di una rilevante competizione calcistica internazionale. Il valore offerto è infatti al di fuori di ogni logica economica e motivato esclusivamente dalla volontà di eliminare qualunque tipo di concorrenza. E privare i telespettatori della scelta di quale offerta in pay tv guardare.
E’ ben noto infatti che in una situazione analoga, i Mondiali di calcio 2010 in Sudafrica, l’operatore satellitare si era aggiudicato tutti i diritti pay, compresi quelli per il digitale terrestre pur consapevole di non poterli trasmettere, e si è rifiutato di rivenderli a “Mediaset Premium” che ne aveva fatto regolare richiesta. (...) E non è nemmeno accettabile che la decisione se rivendere o meno i diritti del digitale terrestre pay a chi li può effettivamente esercitare sia affidata esclusivamente all’arbitrio monopolistico di un operatore dominante che metta al centro della valutazione i propri interessi e non l’interesse generale dei telespettatori.  
Per questo motivo Mediaset invoca la massima vigilanza da parte delle Autorità affinché i diritti per il digitale terrestre, la piattaforma più diffusa nel paese, siano rimessi sul mercato a condizioni eque e non discriminatorie". 
In effetti, come visto su questo blog lo scorso aprile, ci fu uno scontro molto forte Sky vs Mediaset proprio sui diritti dei Mondiali sudafricani. Sky - come avvenuto oggi per la Champions - acquisì i diritti per tutte le piattaforme. Mediaset presentò ricorso, ma alla fine i Mondiali in versione integrale andarono solo su Sky.
Considerando che la Rai ha annunciato un paio di settimane fa la rinuncia ai diritti per la partita del mercoledì e i relativi highlights (ma negli ultimi giorni Viale Mazzini sembra aver cambiato idea...), al momento Sky sarà l'unica Tv italiana a trasmettere la Champions League per le stagioni suddette. Alle altre emittenti resterebbe solo la possibilità di mandare in onda in seconda serata gli highlights dei match di giornata. 
La cosa sicura è che ne vedremo ancora delle belle e la lotta Sky vs Mediaset si arricchirà di ulteriori, nuovi capitoli.


22/12: dopo qualche giorno di silenzio, Mediaset è riuscita nella controffensiva ed ha chiuso l'accordo con l'Uefa per l'esclusiva assoluta nel triennio 2012-2015 del match di prima scelta del mercoledì sera (che andrà in chiaro). Oltre a questo, sempre per il triennio 2012-2015, Mediaset mantiene in esclusiva i diritti per tutte le piattaforme dell'Europa League. La Rai, come si evince facilmente, resta a mani vuote.

15/05/2012: in questi giorni Sky ha lanciato una intensa campagna pubblicitaria sull'esclusiva per le prossime 3 stagioni della Champions League: "Solo su Sky potrete seguire le 128 partite della Champions League in diretta e in esclusiva". Questo il messaggio lanciato anche durante le telecronache dei match. Ad un rapido calcolo si evince che le partite della fase finale della massima competizione UEFA sono 125 (96 dei gironi + 16 degli ottavi + 8 dei quarti + 4 delle semifinali + la finale).Nel computo, probabilmente, sono indicati anche (alcuni?) match dei preliminari. Questo perché, come da comunicato odierno, ai 125 incontri vanno sottratti quelli che Mediaset trasmetterà in esclusiva assoluta il mercoledì sera. Di fatto, quindi, Mediaset manderà in onda le partite che Milan e Juventus (ed eventualmente Udinese, nel caso i friulani riuscissero a qualificarsi alla fase a gironi) giocheranno il mercoledì. In pratica si ripete quello che è accaduto in questi ultimi anni con la Rai, con la sola, sostanziale differenza, che tali match saranno in esclusiva e non andranno in diretta su Sky. 

mercoledì, dicembre 08, 2010

Libri & Sport: "Roma 1960 - Le Olimpiadi che cambiarono il mondo"

"Roma, nel 1960, fu spazzata dalle Olimpiadi come da una ventata di freschezza". In una città che cerca di scrollarsi di dosso le pesanti eredità del fascismo, già immersa nella Dolce Vita e nel boom economico, approdano dai quattro angoli della Terra le delegazioni sportive di quelle che passeranno alla storia come le prime Olimpiadi dal dopoguerra a tornare ai fasti del passato, ma nel contempo le ultime dell'era romantica, ispirate ancora a una concezione aristocratica e non professionista dei Giochi. In questo periodo cominciano infatti ad emergere nuove forze destinate a mutare profondamente lo sport in generale: gli sponsor, le tecnologie, il doping. E le prime Olimpiadi in Mondovisione sono anche il palcoscenico di un equilibrio politico mondiale in rapida evoluzione, con Usa e Urss al centro di una sfida a suon di medaglie e di propaganda, un altro volto di quella Guerra Fredda che nel giro di due anni porterà alla crisi dei missili.
Roma 1960 intreccia le cronache mozzafiato e le personalità eccezionali di quei diciotto giorni a scenari politici e questioni sociali che avrebbero segnato i decenni successivi, ricostruendo il ritratto collettivo di un'Italia perduta, popolata per un'intensa stagione da personaggi entrati nel mito. La medaglia gettata da Cassius Clay; la riscossa degli atleti delle ex colonie di cui Abebe Bikila, il "corridore scalzo" etiope, diventa il simbolo; le leggendarie Tigerbelles, afroamericane che sfidarono, vincendo, i pregiudizi maschilisti e razziali del pianeta intero. Senza dimenticare le gesta meno confessabili degli ambigui personaggi che nell'ombra inseguivano il potere o il denaro, ben consapevoli che quel "semplice" evento sportivo stava scrivendo una pagina fondamentale nella storia del secolo breve.


Libro meraviglioso, coinvolgente, ricco di riferimenti storici, sociali, politici e di cronaca sportiva. Roma 1960 ha rappresentato uno spartiacque della storia sportiva, ma anche di quella sociale e politica. David Maraniss, giornalista del Washington Post, premio Pulitzer 1993, racconta le Olimpiadi romane del 1960 con la competenza di un cronista sportivo, la dovizia di uno storico e la capacità analitica di un osservatore politico. I Giochi che, come recita il sottotitolo, cambiarono il mondo. Quest'ultima non è affatto un'interpretazione retorica o forzata. Maraniss, come emerge già nel passaggio riportato sopra, descrive magistralmente tutti i cambiamenti epocali a livello sociale, economico, politico e sportivo racchiusi in quei straordinari diciotto giorni nella Città Eterna. La Guerra Fredda, la discriminazione razziale, l'apartheid sudafricana, Cassius Clay, Abebe Bikila, le Tigerbelles,  le due Germanie, Taiwan/Formosa, i primi casi di doping, i primi sponsor, l'inizio dell'era Tv. Sono solo alcuni degli argomenti toccati dall'Autore.
Come scritto nella recensione dell'International Herald Tribune: "Chi ama lo sport, la sociologia e la politica deve avere questo libro".


David Maraniss
ROMA 1960 - LE OLIMPIADI CHE CAMBIARONO IL MONDO
Rizzoli 2010 - 430 pagine - € 23

martedì, dicembre 07, 2010

La Francia ha perso, viva la Francia - Viaggio nel mondo sportivo francese #2 di René Capovin

Pubblico ora il secondo articolo (vedi il primo: confronto tra il mondo sportivo francese e quello italiano) di una rubrica pensata e realizzata con l'amico René Capovin. René è uno dei più fedeli lettori di Blog-In. Vicentino, vive e lavora in Francia da qualche anno e da grande appassionato di Sport e attento osservatore della realtà transalpina, descrive in modo acuto la realtà che vive. Questa volta lo spunto è la Finale di Coppa Davis dello scorso weekend, con la Serbia che si è imposta 3-2 sulla Francia. Da qui René ci racconta un episodio su come anche in Francia, così come avviene in Italia, l'adorazione (adulazione?) per i campioni del passato sia spesso eccessiva.


In genere le vittorie francesi non mi fanno piacere, tanto più oggi, lunedì, cioè solo due giorni dopo che qualcuno ha strappato la bandiera italiana che avevo appeso alla finestra come segnale autoironico per un amico invitato a cena a casa mia. Volevo dirgli, il tuo amico italiano che ha promesso di farti la pasta abita da questa parte, evidentemente nel corso della serata qualcuno ha interpretato diversamente, si è arrampicato e mi ha fregato il sacro drappo. Pazienza, ne ricomprerò un altro, se lo trovo a pochi soldi e con il verde giusto.

Leconte e Forget in trionfo (1991)

Domenica la Francia ha perso la finale di Coppa Davis in Serbia contro un invasato insopportabile e i suoi degni compari. La cosa non mi ha entusiasmato ma nemmeno rattristato, e non dovrebbe rattristare neanche i nostri più fortunati cugini, poiché tale sconfitta quanto meno eviterà il ripetersi di quanto segue.
Qualche settimana fa, sono quasi le 22, do un occhio alla TV, c'è una trasmissione di TV verità francese: una donna che piange perché il marito a momenti si menava con il vicino. Fanno vedere in flashback la scena, praticamente si tratta di una famiglia che ce l'ha con un tizio che ha una fattoria confinante con la loro perché questo fa troppo casino, il marito, un cristo alto 1.90, glielo dice una, due, dieci volte, a un certo punto quasi gli salta addosso. Fino a qua niente di speciale a parte l'ambientazione: in Italia le fattorie sono una parola da vocabolario o qualcosa che si vede quando ci sono inchieste sulle quote latte (inchieste che sono un vero e proprio genere ormai, vanno avanti da
quanto?), per il resto si direbbe che le fattorie non esistano (a parte nella nota trasmissione omonima).
In ogni caso la famiglia aveva chiesto alla TV di inviare qualcuno che li aiutasse a rimettere a posto le cose. Ora, quei geni della TV francese chi pensano di inviare? Ma Henry Leconte, il grande tennista, eroe della coppa Davis vinta quando i tennisti erano ancora magretti e con magliette che oggi appaiono abbastanza sfigate. Passano immagini di repertorio, c'è il telecronista che esulta, Leconte, venti chili primi, che salta, delirio generalizzato. Poi si ritorna sul Leconte di oggi che, vestito abbastanza da figo e con tanto di autista-accompagnatore, si reca dal marito sull'orlo di una crisi di nervi.
Leconte oggi
Il marito gli apre, gli spiega le cose, la moglie lo ringrazia di essere venuto e gli dice che qualcuno ci voleva, che loro da soli non ce la fanno. Leconte stringe le mani con forza e dice dai, ce la facciamo, basta crederci e ne usciamo. Io, e spero anche voi, non riesco a credere ai miei occhi. Ma questo non è niente.
Leconte se ne va, un addetto della TV si avvicina al marito e gli chiede se ha capito chi era la persona che se ne è appena andata. Il marito gli fa, mah, aveva un'aria un po' familiare, ma io pensavo fosse uno così, uno venuto per aiutarci e basta. No no, gli dice cautamente l'altro, era uno importante... E poi, come per non farlo stare troppo male tutto d'un colpo, gli dice, lentamente, che quella persona era... Henry Leconte.
Vergogna eterna. Henry Leconte?!? A casa mia? E io non l'ho riconosciuto? Tutto un crescendo che termina tra le braccia del figlio che deve consolare un padre che in lacrime gli dice: «Vedi, hai un padre talmente coglione [con] che non sa nemmeno riconoscere Henry Leconte». Il figlio, che avrà 16 anni, gli dice ma no cosa dici... Siamo al sei forte papà.
A questo punto ho spento la TV per compassione.
Alla luce di tutto questo, penso di aver qualche ragione se dico, assieme a tutti i francesi con un minimo di senso del pudore: «Merci Novak». Monfils che, non so, sblocca un finto ingorgo in un sobborgo di Parigi nel 2030 e viene portato in trionfo da un popolo di automobilisti adoranti, questo sarebbe stato davvero troppo anche per una Francia nel frattempo ridotta come l'Italia.

domenica, dicembre 05, 2010

Sciopero calciatori Serie A: strumenti per farsi un'idea (senza demagogia)

Campana, Galliani, Beretta, Abete
Sciopero e calciatori. Due parole difficilmente compatibili tra loro. Quasi una contraddizione in termini. Almeno ad un primo, superficiale sguardo. Lo sciopero dei calciatori di Serie A, indetto per la 16a giornata di campionato (11 e 12 dicembre) sembra - a oggi - molto probabile. In questi ultimi giorni, subito dopo la rottura della trattativa tra Associazione Italiana Calciatori e Lega Calcio sui punti dell'accordo collettivo, in molti si sono lanciati in commenti al vetriolo contro la categoria dei calciatori. Personalmente non avevo seguito in modo approfondito la vicenda, limitandomi a leggere qualche breve articolo e - soprattutto - ad annotare le reazioni sdegnate di molti addetti ai lavori e tifosi. Dopo aver dedicato maggior attenzione per capire meglio la situazione, posso dire che la demagogia emersa in queste ore si scontra con quella che è la realtà dei fatti, come sempre molto più complessa rispetto ad analisi intrise di qualunquismo e superficialità.
In questo post vediamo di capire le ragioni delle due parti e se lo sciopero dei calciatori sia l'unica forma possibile di protesta. Il tutto potrebbe risultare un po' arzigogolato o poco comprensibile, ma per farsi un opinione sul tema e non limitarsi al classico "Che vergogna, i calciatori prendono milioni di euro e si permettono anche di scioperare ecc.", "Che vadano a lavorare sul serio ecc.", è necessario affrontare determinati argomenti. 

L'ACCORDO COLLETTIVO: punto di partenza fondamentale è quello riguardante il cosiddetto accordo collettivo. Di cosa si tratta esattamente? Per capirlo occorre fare riferimento alla cosiddetta legge sul professionismo sportivo (l. 81/1991). Tale legge ha affidato alla contrattazione collettiva il compito di regolamentare il rapporto di lavoro con efficacia vincolante per tutti gli sportivi professionisti (categoria disciplinata sempre dalla legge 81/91):  l’art. 4 comma 1 l. 91/1981 stabilisce infatti che il contratto individuale tra lo sportivo professionista e la società deve essere predisposto secondo il contratto-tipo che, a sua volta, deve essere conforme all’accordo collettivo stipulato ogni tre anni, dalla Federazione sportiva nazionale e dai rappresentanti delle categorie interessate (in sostanza Associazione Italiana Calciatori, Lega di Serie A, B e C). Da sottolineare che mentre i contratti collettivi di diritto comune sono automaticamente vincolanti solo per gli iscritti al sindacato stipulante, l’accordo collettivo nel settore sportivo è dotato di efficacia erga omnes, in quanto trova applicazione nei confronti di tutti gli appartenenti alla categoria interessata: tale efficacia generalizzata è riconducibile alla volontaria adesione alla Federazione da parte di ogni società (tramite l’affiliazione) e di ogni sportivo (tramite il tesseramento): fonte altalex.com. L'attuale contratto collettivo è scaduto lo scorso giugno e le trattative per il rinnovo sono, come si vede, in alto mare. 
Perché? Perché i punti del nuovo accordo collettivo proposti da Figc e Lega apportano delle modifiche sostanziali al precedente. Una riforma molto spinta, che inevitabilmente ha prodotto uno scontro tra società e giocatori (attraverso l'Aic). I punti dell'accordo collettivo in discussione sono 8.  I primi 6 - come detto anche dal presidente dell'Aic Sergio Campana - sono "trattabili". Sugli ultimi 2 (n. 7 e 8), invece, non ci sono margini: secondo l'Aic vanno eliminati.
Ecco gli 8 punti dell'accordo collettivo in discussione (dal sito calciopro.com):
  1. Contratto flessibile con introiti legati ai risultati. L’Aic lo vuole flessibile solo al 50%, la Lega di serie A lo vuole per intero, compresa l’automatica riduzione degli stipendi in caso di retrocessione in serie B;
  2. Professionalità al 100%. Secondo la Lega il calciatore deve fare solo il calciatore, per l’Aic è libero di svolgere un’altra professione durante il tempo libero;
  3. Il comportamento dev’essere rigido ed eticamente irreprensibile per la Lega anche fuori dall’orario di gioco o allenamento, mentre per l’Aic i calciatori devono essere liberi di fare quello che vogliono durante il tempo libero;
  4. Le terapie fisiche devono rimanere circoscritte allo staff del club per la Lega, mentre per l’Aic i calciatori possono farsi curare da chi vogliono (come già avviene con gli specialisti come Martens che cura i più grandi campioni di qualsiasi club);
  5. Le sanzioni per la Lega devono essere pagate dal club in modo automatico, per l’Aic invece bisogna sempre rimettersi alla decisione del collegio arbitrale. Inoltre l’Aic vuole avere mano libera nelle sanzioni ai propri calciatori, svincolandole dall’ingaggio (attualmente non si può superare il 30% dello stipendio);
  6. Il presidente del collegio arbitrale dev’essere scelto esternamente dalla Lega; tramite sorteggio interno dall’Aic;
  7. Per la Lega un allenatore può allenare una squadra in due gruppi distinti, per l’Aic i calciatori devono invece stare tutti uniti;
  8. Il punto più dibattuto è l’ultimo, quello dei trasferimenti. Per la Lega un calciatore non può rifiutare il trasferimento ad un club dello stesso livello di quello in cui si trova attualmente e che gli garantisca lo stesso stipendio, se il suo club di appartenenza si accorda per la vendita del cartellino. In caso di rifiuto, il contratto si intende rescisso automaticamente con una multa da pagare da parte del calciatore che ammonta al 50% del suo stipendio. L’Aic si oppone totalmente.

I 2 PUNTI DELLA DISCORDIA: sui punti 7 e 8 l'Aic non transige. E' il cuore del problema. Il punto 7, semplificando le cose, è quello riguardante i cosiddetti "Fuori Rosa", vale a dire i giocatori tesserati per la società, ma costretti ad allenarsi in disparte. La questione è molto delicata perchè andrebbe a regolamentare in modo definitivo quella che si è trasformata  in una consuetudine da qualche anno a questa parte. Il problema sta probabilmente a monte, vale a dire si dovrebbe avere per regolamento una rosa di giocatori di cui y formatisi nel settore giovanile della stessa società. A quel punto, non ci sarebbero più -  o quantomeno sarebbero ridotte sensibilmente - le discriminazioni legate a situazioni di mercato o simili e tutti i calciatori avrebbero il diritto di allenarsi assieme. La proposta dell'accordo collettivo, invece, vorrebbe cristallizzare l'attuale situazione, in cui la società decide in modo discrezionale che Tizio non possa allenarsi con gli altri compagni per i più svariati motivi, spesso per convincerlo ad un trasferimento in altra società. La sensazione è che sia comunque un nodo che, con buonsenso e intelligenza di entrambe le parti, possa essere sciolto in tempi abbastanza brevi.
Il punto 8, invece, appare quello meno conciliabile. Obiettivamente si tratta di una disposizione contraria ai principi basilari del diritto. Se vogliamo, nel punto in cui obbliga il giocatore ad accettare un trasferimento in un'altra società, è addirittura ai limiti della legittimità costituzionale. Sicuramente contraria alle disposizioni della l. 81/1991. Ora, è vero che i calciatori (la maggior parte almeno) prende degli stipendi altissimi, ma è altrettanto vero che obbligare a qualcuno a trasferirsi in modo coatto in un altro posto, anche a condizioni uguali o più favorevoli dal punto di vista economico, è qualcosa ai limiti del diritto. Anche perché si tratta sempre di persone con una famiglia. Per ipotesi, se dovesse passare tale norma, un giocatore sarebbe costretto ad accettare il trasferimento in una squadra della Siberia o di qualche campionato sperduto per il mondo, senza poter dire niente. Insomma, il punto 8 non è stato oggetto di opportune riflessioni e approfondimenti, ma rappresenta la vera materia dello scontro tra le parti. 

"SCIOPERO" UNICA FORMA DI PROTESTA POSSIBILE? In molti hanno fatto notare che la parola  sciopero è impropria visto che la giornata di campionato eventualmente persa, sarebbe recuperata a gennaio o in altra data e che quindi i giocatori non perderebbero la giornata lavorativa così come avviene negli scioperi "ordinari". Si tratta di una discussione abbastanza sterile, nel senso che soffermandosi su questo aspetto poco più che stilistico si finisce per lasciare sullo sfondo la vera questione, cioè quella riguardante i punti dell'accordo collettivo.
Va chiarito che nell'intera questione i soldi non c'entrano niente. La questione riguarda i diritti dei calciatori che, in base alla legge, sono dei lavoratori, seppur con le peculiarità del caso. A questo punto bisogna capire se la forma di protesta o di sensibilizzazione sull'argomento scelta dal sindacato dei calciatori sia la migliore o se si possano intraprendere altre strade.
Personalmente penso che l'idea dello sciopero per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su questi aspetti non sia sbagliata. Altre forme di protesta come l'inizio ritardato dei match passerebbero quasi inosservate o sarebbero considerate un fastidio o poco meno. Il problema è che, come detto in partenza, l'opinione pubblica vede come fumo negli occhi la possibilità che i "milionari del pallone" si permettano di incrociare...i piedi. Specialmente in un momento di crisi economica come questo. Il sindacato stesso, poi, non è stato molto efficace dal punto di vista della comunicazione, non riuscendo a far capire la vera materia del contendere. Dal canto suo la Lega Calcio punta giustamente ad avere contratti più flessibili, cioè maggiormente legati a risultati di squadra e prestazioni individuali. Un'arma importante a favore della stessa Lega Calcio, poi, è lo scetticismo (eufemismo) con cui i tifosi vedono uno sciopero. Ciò significa  partire da una posizione contrattuale più forte. Tuttavia, la mancata disponibilità - quantomeno apparente - a trattare sui punti 7 e 8 appare eccessiva e incomprensibile.
In definitiva, sommando diffidenza verso i calciatori, comunicazione insufficiente da parte dell'Aic e demagogia dilagante, il risultato è stato quello di perdere completamente di vista il cuore del problema.
Ecco, pur sbilanciandomi su alcune questioni (ad es. punto 8), spero con questo post di aver fatto un po' più di chiarezza, fornendo tutti gli strumenti utili per capire meglio il problema. Il tutto sperando che la questione si possa risolvere il prima possibile e che sabato e domenica prossima si giochi regolarmente.

giovedì, dicembre 02, 2010

Mondiali 2022 in Qatar: ecco i 5 stadi da sogno (video)

Poche ore fa la Fifa ha assegnato al Qatar l'edizione 2022 della Coppa del Mondo di Calcio. Sarà la prima volta che il Mondiale di calcio si svolgerà in Medio Oriente. Pochi giorni prima dell'assegnazione definitiva (in cui la Russia ha ottenuto l'edizione 2018 superando l'agguerrita concorrenza inglese), il mio amico Fabio Danesin mi aveva segnalato questo video con la presentazione in 3D dei 5 principali stadi di Qatar 2022. Dire che si tratta di impianti suggestivi e avveniristici è forse riduttivo. Superfluo ogni paragone con l'impiantistica italiana (anche con quella prospettata per Euro 2016).
Il Qatar ha una popolazione di 1.600.000 abitanti ed ha una superficie molto limitata. Ciò consentirà di avere un Mondiale senza grandi spostamenti per atleti, dirigenti e tifosi. Sarà quindi il primo Mondiale che si avvicinerà ad una Olimpiade dal punto di vista della logistica. Il principale problema sarà legato alle temperature e all'umidità. Ovviamente le partite saranno disputate nel tardo pomeriggio e alla sera, ma anche la tecnologia svolgerà una parte fondamentale. Come avvenuto nella recente amichevole tra Argentina e Brasile, infatti, saranno in funzione dei super-sistemi di aria condizionata all'interno degli stadi. Tali condizionatori porteranno la temperatura attorno ai 20 gradi, per il sollievo di atleti e spettatori. Insomma, anche se mancano ancora 11 anni e 6 mesi, il Qatar sembra essere pronto a livello organizzativo.

MONDIALI - QATAR 2022 IN GENNAIO E A DUBAI E RIYAD? Nel pezzo qui sopra, scritto pochi minuti dopo l'assegnazione della competizione iridata al Qatar, ho riportato quello che era il piano previsto dagli organizzatori per evitare il problema delle temperature (installazione di imponenti  condizionatori). Bene, pochi giorni dopo, sta emergendo un'altra verità, o meglio, un'altra soluzione che organizzatori, Fifa e Uefa potrebbero adottare: giocare il Mondiale 2022 a gennaio. Non solo. Considerando la superficie limitata del Qatar, ma soprattutto l'influenza politica ed economica dei vicini Emirati Arabi e Arabia Saudita, si fanno sempre più insistenti le voci che vorrebbero alcune partite giocate in queste due nazioni, a Dubai e Riyad in particolare. Il Mondiale a gennaio porterebbe alla rivoluzione dei calendari dei club, ma Platini sembra ben disposto verso questa scelta. Andrea Sorrentino di Repubblica spiega molto bene in questo pezzo la situazione e le prospettive per Qatar 2022 (vedi).

Ecco il video di presentazione di 5 dei 12 stadi in cui si giocherà il Mondiale 2022:



Basso rinuncia al Giro d'Italia 2011 per preparare il Tour de France?

Il podio del Giro 2010 (Basso, Arroyo, Nibali)
Il Giro d'Italia 2011 potrebbe non vedere al via Ivan Basso, vincitore dell'edizione 2010. Il varesino già lo scorso 22 ottobre aveva ammesso che c'erano solamente 50 possibilità su 100 di partecipazione al Giro 2011. Basso spiegava ai giornalisti della redazione sportiva del Sole 24ore che "sarà una scelta sofferta che prenderò nel corso della stagione. Dobbiamo valutare tante cose: i programmi della squadra, i miei, quelli di Vincenzo Nibali. Al momento sono sicuro di fare il Tour, sul Giro devo decidere: siamo al 50% di possibilità". In questi giorni si è svolto il primo ritiro invernale della Liquigas-Cannondale (nuovo co-sponsor della squadra) sul Passo San Pellegrino e questo dubbio si è trasformato in una quasi-certezza. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport - organizzatrice tramite Rcs della corsa rosa  - Basso non ha chiuso definitivamente la porta al Giro 2011, ma ha fatto capire che la sua priorità per la nuova stagione sarà il Tour de France. E' emerso quindi che il programma 2011 della Liquigas, che deve gestire due prime punte come il varesino e lo Squalo dello Stretto Nibali, è quello di dividere i due con Nibali al Giro e Basso al Tour. Ciò, come confermato dal patron Dal Lago, non esclude la possibilità che i due partecipino all'altra corsa per dare manforte al compagno-capitano, ma evidentemente la preparazione e la condizione dei due sarà diversa nelle due grandi corse a tappe. Basso nel 2010 disputò un ottimo Giro, vincendolo grazie alle tappe su Zoncolan e Mortirolo. Al Tour, invece, palesò una condizione precaria e finì lontanissimo dal duo Contador-Andy Schleck, senza essere mai protagonista nella Grande Boucle. Il proposito di ritornare al Tour per essere protagonista sembra quindi avere la meglio sulla volontà di riconfermarsi sul gradino più alto del podio al Giro.
Come anticipato dal direttore Zomegnan in occasione della presentazione a Torino, tra i protagonisti della corsa rosa dovrebbe esserci il vincitore 2009 Denis Menchov, passato alla Geox, nuova e ambiziosa formazione del patron Polegato. Tra l'altro l'assenza di Basso alla presentazione del Giro 2011 sembra più comprensibile alla luce delle ultime dichiarazioni. Vedremo se questa scelta - sicuramente coraggiosa - darà i suoi frutti. Per i molti tifosi italiani di Basso, probabilmente, una piccola delusione. Per i più distaccati, l'ennesima conferma che il Tour resta la più grande e prestigiosa corsa a tappe del mondo (vedi articolo a riguardo)